I trucchi dei truffatori: breve atlante delle trappole digitali. – 3 febbraio 1488 – Oltre la malattia, dentro la vita. – 4 febbraio 2004. – Napoli e il canto delle sirene – 5 febbraio 62 d.C.- Dove l’arte accende il cervello. – 6 febbraio 1958. – Alaskan Malamute: il gigante del Nord tra storia, forza e leggenda – 7 febbraio 1497 – La guerra russo-giapponese cambia gli equilibri in Asia orientale – 8 febbraio 1923 – Raccontare l’Italia. Per capirla. – 9 febbraio 1997 – Febbraio: quando un cuore che dona può far rinascere una vita…LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE

Con la moltiplicazione dei computer, degli smartphone e dei servizi online, si

sono moltiplicati anche i modi per ingannare le persone. E, come spesso accade, più crescono le tecniche, più cresce il vocabolario per descriverle. Dietro parole che possono sembrare oscure o tecniche si nascondono meccanismi molto semplici, basati quasi sempre su fiducia, urgenza e distrazione.
Il metodo più diffuso resta il phishing, termine che richiama l’idea della “pesca”: email che sembrano provenire da banche, corrieri, servizi di pagamento o enti pubblici e che invitano a cliccare su un link o ad aprire un allegato. L’obiettivo è rubare credenziali, dati personali o denaro, oppure installare software malevoli sul dispositivo della vittima. Da questa tecnica “classica” deriva lo spear phishing, una versione più raffinata e personalizzata: il messaggio è costruito su misura, usando informazioni raccolte sui social o da precedenti violazioni, così da apparire credibile e mirato.

Quando la truffa passa dagli Sms o dalle app di messaggistica come WhatsApp si parla di smishing. Il messaggio annuncia un pacco bloccato, un pagamento urgente o un problema con il conto corrente e rimanda a un link che promette una soluzione immediata. Se invece il contatto avviene tramite una telefonata, spesso concitata e carica di urgenza, si entra nel campo del vishing: qualcuno si finge un operatore bancario o un tecnico e spinge la vittima ad agire in fretta, prima che abbia il tempo di riflettere.

Alla base di molte truffe c’è lo spoofing, cioè la falsificazione dell’identità del mittente. Il numero di telefono o l’indirizzo email sembrano autentici, magari identici a quelli ufficiali con una sola lettera diversa, oppure gli Sms finiscono nella stessa conversazione di quelli reali della banca. Lo spoofing è usato anche sui siti web, che imitano perfettamente l’aspetto di quelli originali. In ambito aziendale questa tecnica è centrale nel cosiddetto business email compromise, in cui si simulano comunicazioni interne, o si viola davvero la casella di un dipendente, per dirottare pagamenti o ottenere informazioni sensibili.

Alcuni attacchi sono ancora più sofisticati. Negli attacchi man-in-the-middle, letteralmente “uomo nel mezzo”, il truffatore si inserisce nelle comunicazioni tra due soggetti, intercettando o modificando i messaggi. Può accadere, per esempio, tramite reti wi‑fi fasulle in luoghi pubblici o attraverso malware installati sul dispositivo, capaci di osservare la navigazione web, le email e l’attività sui social. A rendere tutto più inquietante c’è l’uso dei deepfake: audio e video generati con l’intelligenza artificiale che imitano voce e volto di persone reali, oggi utilizzati anche in truffe in tempo reale.

Un’altra tecnica molto pericolosa è il sim swap. Dopo aver raccolto informazioni sulla vittima, il criminale convince l’operatore telefonico a trasferire il numero su una nuova Sim in suo possesso, spesso dichiarando una falsa perdita della scheda. Il telefono della vittima smette di funzionare e il truffatore riceve i codici di accesso necessari per entrare nell’home banking o in altri servizi protetti.

In fondo, dietro questo glossario tecnologico si nasconde sempre la stessa verità: le truffe non colpiscono i computer, ma le persone. Sfruttano la fretta, la paura di sbagliare, il desiderio di risolvere subito un problema. Conoscere i nomi e i meccanismi di queste tecniche non è solo un esercizio di difesa digitale, ma un atto di consapevolezza. Perché in un mondo sempre più connesso, la prima sicurezza non è un software, ma il tempo che ci concediamo per dubitare, fermarci e pensare.

Favria, 3.02.2026   Giorgio Cortese

Buona giornata. Coltiviamo la speranza nei piccoli gesti e nei pensieri condivisi. Felice martedì.

3 febbraio 1488

Il navigatore portoghese Bartolomeo Diaz è il primo europeo a doppiare il Capo di Buona Speranza, estremità meridionale dell’Africa, trovando così il collegamento diretto tra Oceano Atlantico e Indiano.

 4 febbraio – Giornata Mondiale contro il Cancro

 Oltre la malattia, dentro la vita

Buongiorno.

Oggi non è una giornata qualunque.

Oggi è una giornata che parla di vita. Di dolore. Di paura. Ma soprattutto di speranza.

È la mia storia: la storia di chi un giorno pensava di avere solo un piccolo problema, un dolore passeggero… e invece ha scoperto di avere davanti il nemico più temuto: il cancro.
È la storia di chi non se lo aspettava. Di chi stava bene. Di chi aveva sogni, progetti, una pensione appena iniziata e mille idee per il futuro. E invece, nel giro di poche settimane, il sogno è diventato un incubo. Quando ti dicono quella parola: “cancro” il mondo si ferma. Il tempo si spezza.
Il respiro si blocca. La paura ti attraversa come una lama silenziosa. Paura dell’ignoto. Paura della sofferenza. Paura della morte.

Ma poi succede qualcosa.

Dentro quella paura nasce una forza nuova. Una forza che non sapevi di avere.  Una forza che viene dal profondo dell’anima. E allora ti rialzi. Riprendi fiato. Stringi i denti. E decidi che vuoi vivere.

Perché la malattia può prendersi il corpo, ma non può prendersi la mente. Non può prendersi i sogni.
Non può prendersi la dignità. Non può prendersi la speranza.

Durante le terapie impari a guardare il mondo con occhi diversi. Scopri che la felicità non è più nelle grandi imprese, ma nelle piccole vittorie. Non è più in una vetta lontana, ma in due passi sotto casa.
Non è più in un viaggio dall’altra parte del mondo, ma nel sole che illumina le montagne al mattino.

Scopri che vivere oggi è già una vittoria.

Incontri persone straordinarie che camminano con te nella stessa tempesta. Con loro condividi la paura, il coraggio, la speranza. Con loro impari che nessuno può capire davvero questa battaglia se non chi la combatte.

Poi arriva il giorno in cui i medici ti dicono: “Le terapie hanno funzionato, le metastasi si sono fermate.”

E allora ti senti un sopravvissuto. Uno che poteva non esserci più. Uno che ha ricevuto una seconda possibilità. Continui le cure, sai che nulla è garantito. Sai che il futuro è fragile. Ma sai anche che ogni giorno è un dono da vivere bene e fino in fondo.

E impari a vivere così:  un giorno alla volta, un sorriso alla volta,  un respiro alla volta. Perché la vita non è ciò che ci accade.  La vita è come scegliamo di affrontarla.

La malattia mi ha tolto certezze, ma mi ha regalato consapevolezza. Mi ha tolto il futuro lontano, ma mi ha donato l’eternità dell’istante presente.  Mi ha tolto l’illusione dell’invincibilità, ma mi ha restituito la verità della mia forza.

Perché l’essere umano non è il suo tumore. Noi uomini siamo volontà e pensiero, siamo forgiati di speranza, di fede e di ottimismo.

E finché c’è un cuore che batte, una mente che sogna e un’anima che crede, nessuna malattia potrà mai avere l’ultima parola. Non bisogna mai perdere la speranza. Non bisogna mai smettere di lottare. Non bisogna mai smettere di credere in se stessi. Non bisogna mai perdere la voglia di vivere. Mai.

Perché ogni giorno vissuto è già una vittoria. E ogni vita è un miracolo.

Favria, 4.02.2026  Giorgio Cortese

Buona giornata! Insieme possiamo costruire ponti di pace e comprensione, e sostenere chi lotta contro il cancro con coraggio e speranza. Felice mercoledì!

4 febbraio 2004.

L’americano Mark Zuckerberg lancia Facebook, il social network destinato a rivoluzionare la comunicazione planetaria: nell’ottobre del 2024 registrerà oltre tre miliardi di utenti attivi.

Napoli e il canto delle sirene

Napoli nasce dal mito di Partenope, la sirena che con la sua voce incantò i naviganti e diede vita alla città. La leggenda racconta di una fondatrice mitica e insieme donna capace di emozionare, e in questo doppio volto si riflette l’anima stessa della città: colta e popolare, sacra e profana, intensa e leggera. Ogni vicolo, ogni piazza, ogni scorcio sul mare sembra ancora risuonare del suo canto, tracciando una geografia dell’anima in cui mito e vita quotidiana si intrecciano.

La musica è stata da sempre il filo invisibile che unisce la storia di Napoli. Dal canto antico delle sirene alle melodie dei conservatori settecenteschi, dai musicisti di strada alle villanelle, dalle tammurriate al neomelodico delle periferie, ogni nota è traccia di un’identità fondata sul suono. I visitatori e gli studiosi hanno spesso notato una musicalità speciale in ogni gesto, in ogni parola: il modo di scandire le sillabe, il ritmo dei passi, l’armonia che nasce perfino dal caos della città. Napoli canta anche quando tace, perché il mito di Partenope scorre invisibile tra le strade, tra i tetti e il mare.

La cultura musicale della città nasce dall’incontro di popoli e lingue, dalle sonorità africane dei primi schiavi alle tradizioni greche, spagnole e napoletane. Dalle “moresche” del Cinquecento al partenoblues di Pino Daniele, dai revival folk alla sceneggiata, Napoli ha sempre saputo trasformare la diversità in armonia, il suono in racconto, il mito in vita.

Nietzsche diceva che senza la musica la vita sarebbe un errore. Napoli insegna che senza il canto di Partenope, senza il mito che la attraversa, senza la voce che le dà corpo e anima, la città stessa non sarebbe. Forse ogni città che custodisce il proprio mito vive due volte: una nella storia, l’altra nel canto che la rende eterna.

Favria, 5.02.2026   Giorgio Cortese

Buona giornata. Scegliamo di credere nei nostri sogni e di nutrirli con pensieri positivi. Felice giovedì.

5 febbraio 62 d.C.

Un tremendo terremoto colpisce Pompei, Ercolano e Stabia causando distruzione e vittime. Si è ipotizzato che l’evento possa essere stato un precursore sismico della successiva eruzione del 79 d.C.

Dove l’arte accende il cervello

A volte mi sorprendo a restare immobile davanti a un’immagine, quasi trattenuto da qualcosa che non so nominare. È in quei momenti che capisco quanto l’arte non sia mai soltanto un oggetto da osservare, ma un incontro: tra ciò che l’artista ha lasciato sulla tela o nella materia e ciò che noi, inevitabilmente, portiamo con noi quando guardiamo.

Non siamo spettatori passivi: il nostro cervello lavora, interpreta, riconosce, ricorda, costruisce connessioni emotive che affondano nella biologia e nella memoria. Quando un volto ci colpisce, quando una forma ci commuove, quando un colore amplifica uno stato d’animo, non è solo l’opera a parlare, ma è il nostro sistema percettivo a completarla. I gesti scolpiti o dipinti, i movimenti suggeriti, le espressioni facciali ci attivano in modi che spesso percepiamo come immediati e profondamente personali. È come se l’arte ci invitasse a un dialogo in cui la materia diventa emozione e l’emozione diventa conoscenza.

Le distorsioni dei ritratti, i punti di vista simultanei del Cubismo, i colori che tradiscono pensieri nascosti: tutto questo ci ricorda che l’arte non è mai una superficie, ma un accesso alla complessità umana. E più ci soffermiamo ad osservarla, più ci accorgiamo che ogni dettaglio, ogni scelta compositiva, ci chiama a partecipare attivamente, a entrare nell’esperienza dell’altro.

Alla fine, resta la sensazione che il nostro percorso di scoperta non abbia mai fine. Ogni incontro con un’opera ci offre un modo in più di comprendere, e ogni nuova comprensione ci apre alla possibilità di sentirci più vicini gli uni agli altri. L’arte diventa così una guida sottile: ci ricorda che siamo fatti per vedere, emozionarci, interpretare e reinterpretare il mondo. E che, nonostante tutto, continuiamo a essere capaci di meraviglia.

Favria, 6.02.2026   Giorgio Cortese

Buona giornata. Lasciamo che la gioia ci accompagni e renda più leggeri i nostri cuori. Felice venerdì.

6 febbraio 1958.

Al terzo tentativo di decollo dall’aeroporto di Monaco- Riem, si schianta a terra l’aereo con a bordo la squadra inglese del Manchester United: muoiono otto giocatori e tre membri dello staff.

Alaskan Malamute: il gigante del Nord tra storia, forza e leggenda

L’Alaskan Malamute è una di quelle razze canine in cui storia, funzione e immaginario collettivo si fondono in modo così profondo da risultare inseparabili. Le sue origini coincidono con quelle dei Mahlemiut, popolazione nativa dell’Alaska nord-occidentale che viveva attorno alla baia di Kotzebue, in un territorio dominato da ghiacci eterni, venti taglienti e condizioni di vita estreme. In questo ambiente ostile, l’uomo non avrebbe potuto sopravvivere senza l’aiuto di cani forti, affidabili e intelligenti, capaci di trainare slitte cariche di provviste e di collaborare durante la caccia. Secondo diversi studiosi, gli antenati del Malamute discendono dai primi lupi addomesticati dalle popolazioni siberiane che, nel Paleolitico o forse ancora prima che attraversarono il ponte di Bering raggiungendo il continente americano. Questa antichissima origine è ancora oggi leggibile nella sua morfologia: il mantello fitto e isolante, la coda lunga e folta da arrotolare intorno al corpo per difendersi dal freddo, le orecchie erette, l’espressione vigile e la struttura robusta e compatta, con evidenti tratti lupoidi. Rispetto al più agile Siberian Husky, il Malamute è sempre stato il vero “forzuto” del Nord. Non nato per la velocità, ma per la potenza e la resistenza, era in grado di trainare carichi pesanti per ore mantenendo un trotto costante e instancabile. Un cane fisicamente imponente, forgiato dall’ambiente e rimasto sorprendentemente fedele alle sue caratteristiche originarie, senza subire le eccessive distorsioni delle mode moderne. Dopo secoli di convivenza quasi esclusiva con il popolo che gli diede il nome, il Malamute venne “scoperto” dai primi esploratori occidentali e attirò rapidamente l’attenzione per le sue straordinarie capacità di lavoro. Divenne così uno dei protagonisti della leggendaria corsa all’oro del Klondike, anni 1896-1899, quando migliaia di cercatori compresero che nessun mezzo di trasporto era più affidabile della slitta trainata dai cani e che nessun cane era più potente e resistente del Malamute. Negli anni Venti e Trenta del Novecento, molti esemplari presero parte alle spedizioni artiche e antartiche dell’ammiraglio Richard Byrd, trasportando materiali e attrezzature in condizioni estreme, spesso pagando un prezzo altissimo in termini di sacrificio. Tuttavia, il successo della razza portò con sé anche un grave pericolo: per soddisfare la crescente richiesta, vennero effettuati incroci con cani europei, compromettendo rapidamente la purezza e le qualità originarie del Malamute, fino a mettere seriamente a rischio la sua sopravvivenza. Fu solo grazie al lavoro appassionato e instancabile di Arthur Walden ed Eva Seeley, a partire dagli anni Trenta, che la razza venne salvata. Recuperando gli ultimi soggetti tipici rimasti in Alaska, essi posero le basi della selezione moderna, preservando l’essenza del vero cane da lavoro dell’Artico. Questa storia, spesso poco conosciuta, spiega perché l’Alaskan Malamute conservi ancora oggi un’aura di autenticità unica. Non è un cane creato dall’uomo, ma un cane riscoperto, protetto e rispettato dall’uomo. Ed è proprio questo legame profondo con la sua origine, con il gelo e con la fatica, a renderlo non solo una razza affascinante, ma un autentico simbolo di forza, resistenza e memoria del Nord.

Favria, 7.02.2026   Giorgio Cortese

Buona giornata. Fermiamoci a riconoscere la bellezza che ci circonda e ci unisce. Felice sabato.

7 febbraio 1497

Durante la festa di martedì grasso a Firenze, i seguaci del frate Girolamo Savonarola organizzano un “falò delle vanità” dove danno alle fiamme abiti, specchi, libri, dipinti e strumenti musicali.

La guerra russo-giapponese cambia gli equilibri in Asia orientale

Con l’attacco a sorpresa contro la flotta russa di stanza a Port Arthur, i nipponici aprono le ostilità e in poco più di un anno costringono lo zar alla resa. Scoppiato nel febbraio 1904, il conflitto russo-giapponese segnò una svolta decisiva negli equilibri mondiali tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Le tensioni tra le due potenze erano maturate attorno al controllo della Manciuria e della Corea: la Russia, proiettata verso l’Oceano Pacifico in cerca di porti strategici, aveva consolidato la propria presenza in Manciuria dopo la rivolta dei Boxer; il Giappone, reduce dalla vittoria nella guerra sino-giapponese (1894-1895), considerava invece la penisola coreana parte essenziale della propria sicurezza. Le trattative diplomatiche si rivelarono inconcludenti e, intuendo l’imminenza di uno scontro, Tokyo decise di anticipare i tempi. La guerra ebbe inizio nella notte dell’8 febbraio 1904 con un attacco a sorpresa della marina giapponese contro la flotta russa ancorata a Port Arthur.

La nuova potenza militare del Giappone, costruita su tecnologia d’avanguardia e su un comando efficiente, permise ai nipponici di ottenere una serie di successi sia terrestri sia navali. L’assedio di Port Arthur, la grande battaglia di Mukden e, soprattutto, il trionfo navale di Tsushima nel maggio 1905 segnarono in modo decisivo l’andamento del conflitto. La Russia, logorata sul piano militare e politico, fu costretta ad accettare la mediazione del presidente statunitense Theodore Roosevelt. Il trattato di Portsmouth, firmato nel settembre 1905, riconobbe l’influenza giapponese sulla Corea e importanti concessioni territoriali in Manciuria. La guerra sancì l’ingresso del Giappone tra le grandi potenze e mostrò al mondo i limiti dell’Impero zarista, anticipando le tensioni che avrebbero portato alla sua crisi definitiva, culminata nella Rivoluzione d’Ottobre.

Favria, 8.02.2026   Giorgio Cortese

Buona giornata. Accogliamo questo giorno con gratitudine e serenità condivisa. Felice domenica.

8 febbraio 1923

Organo ufficiale del Partito nazionalsocialista fin dal 1920, il Völkischer Beobachter, Osservatore popolare, diventa quotidiano.

Raccontare l’Italia. Per capirla

La storia del Novecento italiano si può immaginare come un grande fiume: nasce lontano, in un tempo che ancora non gli appartiene, e poi si ingrossa, cambia direzione, straripa, torna calmo. Anche se non lo chiamiamo per capitoli, sono le sue svolte a guidare il cammino.

Tutto inizia nell’Ottocento, quando l’Italia non è ancora un Paese ma un desiderio. Uomini e donne cercano di trasformare un’idea in realtà: la nazione. È una tensione lunga, non priva di contraddizioni, che getta le fondamenta per ciò che verrà.

Poi il Novecento irrompe come un vento gelido. La Prima guerra mondiale trascina l’Italia e l’Europa intera in un vortice di dolore che sconvolge ogni equilibrio. Intere generazioni si scoprono orfane di certezze; le vecchie strutture politiche crollano, lasciando spazio a inquietudini e promesse ingannevoli.

La nascita delle dittature non è un incidente improvviso: è la risposta distorta a un bisogno autentico di ordine e di identità. In Italia prende forma una politica fondata sulla forza, sulla disciplina, sulla propaganda. Altrove, l’ossessione razziale diventa la matrice di una delle più grandi atrocità della storia moderna.

In questo secolo convulso c’è anche l’enigma del comunismo, mescolato a speranze di giustizia e a un’ombra feroce fatta di purghe, repressioni e fame. L’Europa si ritrova divisa come una casa spaccata da un fulmine: da una parte il capitalismo e la democrazia liberale, dall’altra un’utopia che promette uguaglianza ma si costruisce sulla paura. È il tempo della Guerra Fredda, un duello silenzioso, fatto di armi che non sparano e ideologie che urlano.

E poi arriva la rinascita italiana. Il dopoguerra è un laboratorio febbrile: le case si ricostruiscono, le fabbriche ripartono, l’entusiasmo rianima un Paese che vuole ricominciare. L’economia decolla, le città cambiano volto, milioni di persone si muovono, migrano, si reinventano. Ma mentre l’Italia cresce, cresce anche il divario tra chi guida e chi segue. La politica si irrigidisce, la società si surriscalda.

Gli anni Sessanta e Settanta portano una scossa profonda: proteste, lotte, speranze, paure. E infine la violenza. Il terrorismo interviene come un’ombra sul muro bianco delle possibilità, rendendo fragile tutto ciò che sembrava acquisito. Eppure, nonostante le bombe, gli attentati, il sangue, la democrazia tiene.

Quando arriva il decennio successivo, la società cambia ancora. La fiducia nelle istituzioni vacilla, le accuse di corruzione cancellano i vecchi equilibri e l’Italia viene sospinta in una stagione di trasformazioni politiche radicali. Il linguaggio della politica cambia, i partiti diventano più verticali, più rapidi, più personalizzati. Il rischio è un distacco crescente tra il Paese reale e quello delle istituzioni.

Nel nuovo millennio, la globalizzazione moltiplica i legami e le fragilità. Le città attraggono, le campagne si svuotano, le certezze vacillano. L’Italia entra nel XXI secolo come una nave che ha attraversato una tempesta: non è distrutta, ma è diversa. Ha cicatrici, ha forza, ha contraddizioni che ancora chiedono una risposta.

Ogni storia nazionale è una lunga conversazione tra ciò che siamo stati e ciò che potremmo diventare. L’Italia, più di altri Paesi, vive di questa tensione continua: sempre divisa, sempre appassionata, sempre in discussione. Eppure mai spenta.

Il Novecento ci insegna che la libertà è fragile come la ceramica: basta un urto, una guerra, un’ideologia, un uomo solo al comando,  per incrinarla. Ma ci insegna anche che la volontà di ricostruire è più forte di qualsiasi rovina.

Forse il senso di questo racconto sta tutto in un pensiero semplice: l’Italia è come una terrazza che guarda due mari, il passato e il futuro. Dietro le sue spalle ci sono gli errori, le ombre, i trionfi. Davanti, c’è un orizzonte che cambia a ogni luce. E in mezzo, noi: viaggiatori incerti ma ostinati, pronti a camminare ancora.

Favria, 9.02.2026   Giorgio Cortese

Buona giornata. Affrontiamo la settimana con coraggio, sostenendoci a vicenda. Felice lunedì.

9 febbraio 1997

Muore a Pechino Deng Xiaoping, il leader cinese architetto del boom economico del Paese, ma anche il responsabile della sanguinosa repressione delle proteste a Piazza Tiananmen nel 1989.

Febbraio: quando un cuore che dona può far rinascere una vita

C’è un gesto che dura pochi minuti, ma che può cambiare un destino. Un gesto semplice, silenzioso, eppure potentissimo: donare il sangue. Febbraio è il mese dei cuori, del freddo che lentamente lascia spazio alla luce, dell’attesa di chi spera in un segno. È il momento perfetto per ricordarci che ognuno di noi può diventare quel filo invisibile che tiene qualcuno aggrappato alla vita. Una storia di coraggio, di lotta, di futuro che non si arrende.

Donare il sangue significa esserci quando conta davvero. Significa offrire una possibilità in più a un bambino che affronta sfide troppo grandi, a chi attende un intervento urgente, a chi ha visto la propria vita cambiare in un istante. In pochi minuti puoi essere il loro respiro, la loro luce, il battito che continua. Il tuo sangue non è solo sangue. È tempo che ritorna, futuro che ricomincia, speranza che prende forma nelle mani di chi la sta aspettando.

Ti aspettiamo a Favria Venerdì 27 febbraio dalle 8:00 alle 11:20 cortile interno del Comune.

Porta con te un documento d’identità. Prenotazione obbligatoria. Info e prenotazioni
Cell: 333 1714827 o mail: favria@fidasadsp.it