Il gioco delle carte. Chi non ha mai giocato a carte, alzi la
mano! Probabilmente nessuno, perché in effetti le carte da gioco sono uno dei passatempi più diffusi e amati in molte culture, sia per svago che per competizione. Che sia per un meditabondo solitario o per una chiassosa partita in compagnia, giocare a carte ha una valenza culturale e sociale importante: stimola la riflessione, aguzza l’ingegno e cementa i rapporti, oppure, per la sua carica emotiva, li rovina. La loro storia è antichissima: affonda le radici in epoche remote e attraversa continenti, riflettendo l’evoluzione delle società e delle tecnologie. Le prime testimonianze note dell’uso di carte da gioco risalgono alla Cina durante la dinastia T’ang, 618-907 d.C. Alcuni riferimenti parlano di “carte da domino”, suggerendo una connessione con i giochi di tessere dell’epoca. Tuttavia, è durante la dinastia Ming, 1368-1644 d.C., che le carte da gioco diventano più diffuse, spesso raffigurando personaggi di romanzi popolari o utilizzando semi ispirati alla moneta cinese dell’epoca. Attraverso la Via della Seta, le carte da Gioco, leggere e facili da trasportare, si spostarono dalla Cina al Medio Oriente. Un mazzo risalente al Sultanato Mamelucco d’Egitto, ossia agli inizi del Cinquecento, presenta come “semi” monete, coppe, spade e bastoni da polo, con 13 carte per seme e tre figure maschili: il Re, il Luogotenente e il Secondo Luogotenente. Queste carte erano dipinte a mano con raffinate decorazioni calligrafiche, indicando che i loro committenti e proprietari erano persone molto facoltose. Le carte giunsero in Europa probabilmente attraverso l’Egitto, diffondendosi dapprima in Italia e Spagna nel XIV secolo e poi nel resto del Continente. I mazzi europei adottarono i semi di denari, spade, coppe e bastoni, derivati dalle carte mamelucche. In Francia, nel XV secolo, si sviluppò invece un sistema di semi diverso: cuori, quadri, fiori e picche, che divenne standard in molte parti del mondo. Se inizialmente le carte erano dipinte una per una a mano, con l’invenzione della stampa la produzione divenne molto più rapida ed economica e contribuì enormemente alla loro diffusione, trasformandole da passatempo per ricchi a fenomeno di massa. Ma le carte non sono sempre rimaste uguali a se stesse. Nel corso dei secoli, hanno anzi subìto numerose trasformazioni e influenze: dagli Stati Uniti, dove fu introdotto nel XIX secolo, giunse ad esempio il “jolly”, una carta speciale che aggiunse nuove dinamiche a seconda del tipo di gioco e delle sue regole. Oggi, che sia al bar o in spiaggia, dopo i pranzi festivi o nei lunghi pomeriggi invernali, le carte da gioco con tutte le loro infinite varietà sono compagne inseparabili in molte comunità e tradizioni. Lungi dall’essere un semplice “gioco” o strumento di svago, le carte si confermano elementi culturali complessi, che testimoniano l’evoluzione delle società, la creatività dell’ingegno umano e la sua sorprendente capacità di adattamento.
Favria, 2.12.2025 Giorgio Cortese
Buona giornata! Oggi un sorriso può trasformare il buio in speranza. Felice martedì
2 dicembre 1942
Nel laboratorio sotto lo stadio di Chicago, Enrico Fermi realizza la prima reazione nucleare a catena controllata, dando inizio all’era atomica.
Polenta: tra tempo, storia e gusto.
La polenta non è mai stata solo un piatto: è un rito, un gesto che parla di pazienza, cura e condivisione. Oggi, portarla in tavola è sinonimo di festa immediata. Diventa gourmet, si trasforma in antipasto raffinato con tartufo, funghi o formaggi; si fa piatto principale accompagnando spezzatini, brasati o intingoli di pesce; e chiude i pasti in dolcezza, con cioccolato, marmellata o zucchero. Ma per prepararla a regola d’arte serve tempo, quello stesso tempo che nella vita moderna sembra sempre mancare.
Un tempo, la polenta era il nutrimento dei poveri, dei contadini, dei braccianti e degli operai. Sul focolare, un paiolo di rame conteneva acqua, farina di mais e un pizzico di sale: un lusso. Dopo lunghi minuti di rimestare, la polenta, ancora semiliquida per risparmiare farina, veniva rovesciata sulla tavola di legno e divisa con un filo di cotone, così che ciascun commensale ricevesse la propria parte. Nei giorni di festa, si rompeva un uovo al centro, si aggiungeva formaggio o si strofinava in superficie un po’ di salsiccia o pesce affumicato, per dare sapore al mais. E poi, come per magia, quei sapori sparivano fino alla prossima occasione, lasciando il gusto della pazienza e della condivisione.
La storia della polenta è antica e ricca di sorprese. Nell’antica Mesopotamia e in Egitto si cuocevano cereali come segale e miglio; i Greci preferivano l’orzo; i Romani consumavano puls di farro, accompagnata da ceci, piccoli pesci sotto sale, frutta e formaggi. Tanto comune era la puls che gli abitanti di Roma furono soprannominati “pultifagi”, mangiatori di polenta. Seneca stesso osservava che “non di pane, ma di puls vissero a lungo i Romani”. La variante più amata era la puls punica, un connubio di uova, miele e formaggio. Nel Medioevo, invece, si nutrivano soprattutto di pane, mentre la polenta rimaneva un compagno silenzioso dei contadini, fino all’arrivo del mais dalle Americhe.
Il mais, chiamato granoturco o mahiz, inizialmente guardato con sospetto, si diffuse rapidamente nelle terre venete del Seicento, diventando fonte di nutrimento e di sopravvivenza, pur portando con sé la minaccia della pellagra. In momenti di carestia o assedio, come durante i Vespri Siciliani, l’acqua e la polenta salvarono città e vite. Nei Promessi sposi, il paiolo di Tonio racconta l’attesa e la speranza di una famiglia intorno alla polenta, simbolo di nutrimento, pazienza e solidarietà.
La polenta, quindi, è molto più di un piatto: è memoria, storia, lentezza e cura. Ogni mestolo rimestato racconta un legame con chi ci ha preceduto e con chi siede accanto a noi, ogni porzione è un atto di condivisione e rispetto. Non importa se oggi sia raffinata o semplice, dolce o salata: porta con sé il valore del tempo, della fatica e della pazienza.
La polenta ci insegna che il tempo non è da rincorrere, ma da mescolare con attenzione e rispetto. Come i cereali che si trasformano lentamente in un piatto caldo e nutriente, così anche le nostre vite si formano un passo alla volta. Ogni gesto, ogni attesa, ogni sapore condiviso è un filo che unisce passato e presente. La polenta è un invito a nutrire non solo il corpo, ma l’anima: a vivere con lentezza, a gustare ciò che abbiamo e a lasciare che il tempo, come il mais nel paiolo, trasformi ogni attimo in memoria, storia e poesia.
Favria, 3.12.2025 Giorgio Cortese
Buona giornata! Che la magia del Natale illumini i nostri cuori. Felice mercoledì.
3 dicembre 1984
A Bhopal, in India, una fuga di isocianato di metile dalla fabbrica Union Carbide provoca migliaia di morti e feriti: è il più grave disastro industriale del Novecento.
Io dono sangue.
Tu doni sangue.
Insieme diamo vita.
Donate lunedì 22 dicembre a Favria, 8-11:30.
Prenotazione obbligatoria: 3331714827.
La scala mobile e il volo del flipper umano.
Una piccola disavventura, una grande lezione di vita.
L’altro giorno una persona che conosco mi ha raccontato una scena che, a sentirla, sembrava uscita da una commedia tragicomica. Protagonista? Lui stesso, la scala mobile del supermercato… e un sacchetto di zucchine ribelli. Ora, fermiamoci un attimo. La scala mobile, quella che usiamo distrattamente ogni giorno, ha persino una definizione tecnica precisa: secondo la norma UNI EN 115-1 è un impianto meccanico inclinato, in movimento continuo, con gradini che restano orizzontali per facilitare il trasporto di persone, sia in salita che in discesa. Tutto molto efficiente, certo… ma a un patto: che tu ci metta del tuo. Ed è proprio lì che è successo tutto. Dopo la spesa, carico di buste e immerso nei pensieri (forse stava già pianificando la cena o forse stava solo cercando di ricordare dove aveva parcheggiato l’auto), lui prende la scala mobile che porta al parcheggio sotterraneo. Breve tragitto, pochi secondi. Eppure, al momento dell’arrivo, quella frazione di secondo in cui devi fare “il passo deciso” per uscire dalla scala… è mancata. Lo sbilanciamento è stato inevitabile. Le borse sono volate via come coriandoli, rovesciando a terra frutta, verdura, barattoli, pacchetti. Un piccolo mercato improvvisato nel parcheggio. E lui? Beh, la sua descrizione è stata esilarante: si è sentito come una pallina da flipper, lanciato in un balletto scoordinato di mani, braccia, tentativi goffi ma istintivi per restare in piedi. E ci è riuscito. Per un pelo, ma ce l’ha fatta. Chi ha assistito ha subito cercato di aiutarlo, qualcuno voleva addirittura chiamare un’ambulanza. Ma lui si è rialzato, più imbarazzato che dolorante, grato. Grato non solo di non essersi fatto male, ma soprattutto di poter ancora contare su un corpo che, pur con qualche acciacco e meno agilità di un tempo, sa ancora rimettersi in piedi. Nella vita non è forte chi non cade mai. Quella è fortuna, o incoscienza. È forte chi, cadendo, trova dentro di sé il coraggio, la dignità e magari anche un pizzico di autoironia per rialzarsi. “Rinascere”, “rialzarsi”, “ripartire”… che parole meravigliose. Profumano di sfide vinte e di nuove possibilità. Perché la gloria, quella vera, non è nell’infallibilità, ma nel non arrendersi mai.
Favria, 4.12.2025 Giorgio Cortese
Buona giornata! Ogni piccolo gesto porta serenità a chi ci circonda. Felice giovedì
4 dicembre 1872
La nave americana “Dei Gratia” avvista nell’Atlantico, tra le Azzorre e il Portogallo, il brigantino “Mary Celeste”: il vascello è intatto, ma l’equipaggio è scomparso. Che fine abbia fatto è ancora oggi un mistero.
La fine della Squadriglia 19.
La scomparsa della Squadriglia 19, cinque aerosiluranti della Marina statunitense impegnati in un’esercitazione, contribuì a far nascere uno dei miti più persistenti legati al mare: quello del Triangolo delle Bermuda, una vasta area oceanica di oltre un milione di chilometri quadrati, delimitata dall’arcipelago omonimo, dalla Penisola della Florida e dall’Isola di Porto Rico. Triangolo che, a partire dagli anni Cinquanta, nella cultura di massa divenne “maledetto” o “del Diavolo”, mito alimentato da articoli di giornale e libri riguardo alla presunta misteriosa sparizione in quella zona di navi e aerei. Sotto il comando Charles Carroll Taylor, pilota esperto reduce dalla guerra nel Pacifico, la Squadriglia 19 decollò il 5 dicembre 1945, alle 14.10, dalla base di Fort Lauderdale, in Florida. A bordo di cinque aerei Grumman TBF Avenger, quattordici membri della United States Navy parteciparono ad un normale addestramento, in una giornata limpida, sebbene il mare fosse leggermente mosso. Gli aerei dovevano completare un volo triangolare con esercitazioni di bombardamento, per poi rientrare alla base di Fort Lauderdale. Un’ora dopo il decollo, l’esercitazione fu conclusa con successo e gli aerei si preparavano a rientrare alla base quando un’altra formazione che stava conducendo una propria esercitazione ricevette i primi inquietanti messaggi radio. Uno dopo l’altro, i cinque Grumman sotto la guida di Taylor iniziarono a segnalare problemi di navigazione, malfunzionamenti delle bussole e difficoltà a determinare quota e posizione. Le comunicazioni tra la base e il tenente Taylor si fecero sempre più drammatiche. L’esperto pilota denunciava l’impossibilità di orientarsi senza il funzionamento degli strumenti di volo. Nel frattempo, le condizioni meteorologiche e del mare peggiorarono a causa di una perturbazione in arrivo, mentre il carburante degli aerei stava per esaurirsi e il sole era ormai prossimo al tramonto. L’ultimo messaggio di Taylor forniva le istruzioni per un ammaraggio, vista l’imminente fine del carburante. Le operazioni di ricerca iniziarono immediatamente: diversi aerei da pattugliamento decollarono, e il traffico navale fu deviato verso l’ultima posizione radio conosciuta, a circa cento miglia a nord delle Bahamas. Nel frattempo, un’altra tragedia segnò quel mercoledì nero per la Marina: verso sera un idrovolante Martin PBM-5 Mariner impegnato nelle dai radar, probabilmente esploso in volo, causando la morte di altri tredici membri dell’equipaggio. Un’indagine successivamente condotta dalla United States Navy attribuì l’incidente dei cinque Grumman a un errore di valutazione del Tenente Taylor: le isole che sorvolava non erano le Keys, come indicato via radio, bensì le Bahamas.
Credendo di trovarsi nel Golfo del Messico, Taylor aveva cambiato rotta verso nord-est, nella speranza di avvistare la costa della Florida, finendo però per allontanarsi ulteriormente in mare aperto, nell’Oceano Atlantico. Quando si rese conto dell’errore, era ormai troppo tardi: nonostante l’intera formazione invertisse la rotta per un angolo di 270 gradi, Fort Lauderdale era ormai troppo lontana e gli aerei non avevano più abbastanza carburante per raggiungerla. Gli aerei ammararono, e probabilmente l’equipaggio perì immediatamente, anche a causa delle condizioni del mare, peggiorate ulteriormente. La loro scomparsa, senza il recupero di alcun corpo diede corpo alle leggende sul Triangolo delle Bermuda, nonostante la zona non presenti un numero di incidenti maggiore rispetto ad altre zone aeree con intenso traffico.
Favria, 5 dicembre 2025 Giorgio Cortese
Buona giornata! Che l’attesa del S. Natale riempia di gioia i nostri cuori. Felice venerdì
5 dicembre 1952
Londra è avvolta da una coltre di fumo da inquinamento. Il “Grande Smog” provocato dalla combustione del carbone per gli impianti di riscaldamento, impossibile da smaltire a causa dell’anticiclone, durerà 5 giorni e causerà migliaia di vittime.
Vischio
È la pianta simbolo della complementarietà eterna fra il Sole e la Luna, e quindi rappresenta l’amore che dura. La storia nasce dalla dea celtica Freya, protettrice degli innamorati. Il bacio sotto al vischio è una tradizione che risale a un’antica leggenda di origini nordiche. Insieme alla dea, i protagonisti sono i suoi figli Balder e Loki: il primo, il dio del Sole buono e amato, il secondo, dio del Male irascibile e invidioso, che decise di uccidere il fratello. Avvisata del pericolo, Freya provò a proteggerlo chiamando in aiuto ogni pianta e animale, dimenticandosi però del vischio. Loki ne approfittò utilizzando proprio del vischio intrecciato per costruire un’arma appuntita per colpire Balder. Freya era disperata, ma le sue lacrime, cadendo sull’arma fatta di vischio, si trasformarono in bacche perlate che miracolosamente ridiedero vita al figlio. Da allora la dea ringraziò con un bacio tutti quelli che passavano sotto al vischio, ritenendolo simbolo dell’amore che sconfigge la morte.
Favria. 6.12.2025 Giorgio Cortese
Buona giornata! Che il Natale porti pace e calore nella tua casa. Felice sabato
6 dicembre 1921
Regno Unito e Irlanda firmano il trattato che istituisce lo Stato Libero d’Irlanda, sancendo la separazione di Dublino da Londra dopo secoli di dominazione inglese
Quando l’Impero si mise il vestito della fede
Primavera dell’anno 325. Da ogni angolo del mondo conosciuto, centinaia di vescovi si mettono in viaggio verso una piccola città della Bitinia: Nicea, oggi Iznik, a poco più di un’ora da Istanbul. In molti, probabilmente, dovevano chiedere in giro dove si trovasse quella località. Ma poco importava: li aveva chiamati l’uomo più potente del mondo, l’imperatore Costantino. E quando chi comanda chiama, si va.
Pochi mesi prima, Costantino aveva messo fine alle persecuzioni contro i cristiani, si era convertito (o almeno così aveva detto), e stava fondando una nuova capitale dell’Impero: Costantinopoli, nell’antica Bisanzio. Un imperatore moderno, pragmatico, a volte definito freddo calcolatore. Ma, come ha scritto lo storico Mazzarino, nessun puro politico riesce da solo a scuotere le fondamenta del mondo. E Costantino ci riuscì.
Ma i cristiani, una volta usciti dalle catacombe, avevano portato i loro litigi alla luce del sole. Altro che comunità unita: città contro città, vescovo contro vescovo, credenti che si azzuffavano per strada. Un pandemonio teologico che rischiava di diventare una guerra civile. Costantino, imperatore ma anche pacificatore, decise allora di radunare tutti i capi della Chiesa in un’unica grande assemblea: il primo Concilio ecumenico della storia. Lo presiedette lui stesso, in toga d’oro e porpora, come un arbitro imperiale della fede. Vescovi arrivarono da ogni dove: Palestina, Siria, Egitto, Grecia, Persia. L’Occidente era poco rappresentato (Roma era assente, ma mandò due preti di fiducia). A guidare la fazione occidentale c’era Ossio di Cordova, uomo vicino all’imperatore. E si presentarono in tanti: secondo le fonti, più di duecentocinquanta. Il nodo principale? Un prete alessandrino carismatico e polemico: Ario. Aveva avuto un’idea esplosiva che Gesù, il Figlio, non fosse uguale al Padre. Una sorta di “divinità di serie B”. Per lui, Dio era uno e intoccabile, come nel più puro monoteismo ebraico. Ma dire che Cristo non fosse “della stessa sostanza del Padre” mandava in tilt l’intera dottrina cristiana. Così, la miccia accesa ad Alessandria divampò ovunque. Ario era bravo a parlare, ma ancora più bravo a comunicare. Le sue idee? Le metteva in musica, le trasformava in canzoni orecchiabili che i marinai, i mugnai e i mercanti intonavano mentre lavoravano. Geniale. Pericoloso. Costantino, inizialmente, non capiva il problema. Gli sembrava una bega da intellettuali con troppa fantasia. Ma quando vide che il dibattito teologico rischiava di spaccare l’Impero, capì che andava sedato. A Nicea, dopo lunghe discussioni, si arrivò a una formula decisiva: Cristo è “consustanziale al Padre”, della stessa natura divina. Una parola nuova, mai usata prima in quel contesto. Ambigua per alcuni, salvifica per altri. Ma vinse la linea dell’ortodossia. Ario fu condannato, le sue idee messe al bando. Peccato che, finito il Concilio, quelle idee continuarono a circolare per decenni. Anzi, per secoli.
Perché nel frattempo, mentre Roma definiva le sue verità, popoli come i goti e i vandali si convertivano… proprio all’arianesimo. Con loro, questa visione alternativa di Cristo attraversò l’Europa e resistette fino al VII secolo.
Nicea aveva anche un altro compito: fissare una data unica per la Pasqua, così da evitare che ogni comunità la celebrasse per conto suo. Un risultato raggiunto, ma al prezzo di un ulteriore strappo con la tradizione ebraica.
La storia, si sa, non si piega facilmente ai piani perfetti. Costantino sperava in un’unione definitiva. Ma la fede, come la politica, non ama le semplificazioni. Dopo Nicea, l’arianesimo non morì: sopravvisse, si trasformò, influenzò intere generazioni.
Eppure, il Concilio fu una svolta epocale. Per la prima volta, un’intera religione si mise d’accordo, almeno ufficialmente, su cosa credere. Non inventò il cristianesimo, ma lo strutturò. Non fu una rottura, ma un nuovo inizio.
Iniziò lì il lungo cammino che avrebbe portato il cristianesimo da fede perseguitata a religione di Stato. E con esso, la politica si avvolse di sacro e la religione si mise al servizio dell’Impero. Un’alleanza potente, ma non senza conseguenze.
Perché ogni volta che il potere abbraccia il sacro, rischia di stringerlo troppo forte.
La fede unisce, ma anche divide. Costruisce ponti, ma può sollevare muri. Nicea ci insegna che dietro ogni verità proclamata si nasconde una domanda più grande. E che la verità, per essere autentica, ha bisogno di spirito… ma anche di ascolto, umiltà e memoria.
Favria, 7.12.2025 Giorgio Cortese
Buona giornata! Che questa giornata sia colma di luce, speranza e armonia. Felice domenica
7 dicembre 1972
Da Cape Canaveral, Florida, parte l’Apollo 17, per l’11ª e ultima missione con equipaggio umano del programma spaziale Apollo della Nasa, l’ente spaziale americano.
7 dicembre 1988
Un devastante terremoto di magnitudo 6,9 della Scala Richter colpisce l’Armenia, causando la morte di quasi 25.000 persone e lasciandone centinaia di migliaia senza un tetto.
Origine dei canti di Natale.
Sembra che l’idea sia venuta a sant’Ambrogio (339/340-397). Si attribuisce infatti al vescovo di Milano l’inno Veni redemptor gentium, che veniva usato per il periodo dell’Avvento ed è considerato il primo esempio di musica natalizia. Ne fa cenno il papa Celestino I (380-432), che ricorda come nel giorno di Natale il popolo del Signore cantasse l’inno scritto da Ambrogio. Grazie a monaci erranti e pellegrini, i canti religiosi si diffusero diventando la “lingua franca della cristianità”. Nel XIII secolo durante la messa si eseguiva in latino il conductus, un canto semplice usato per descrivere storie della Bibbia, ma sotto l’influenza di Francesco d’Assisi si sviluppò la tradizione dei canti popolari natalizi nei dialetti locali. Gli specialisti del genere restano però i britannici, inventori delle “carole”, sempre di epoca medievale. La parola inglese carol, oggi associata solo ai canti religiosi, aveva un significato più ampio e comprendeva generi musicali usati nelle funzioni religiose medievali in tutta Europa, un sistema di ritornelli ripetuti alternati a strofe, che li rendeva più facili da mandare a mente. A volte il ritornello era in latino e le strofe in volgare. Si possono fare solo congetture sul tema (come il fatto che forse la parola inglese carol deriva dal francese carole, una danza in cui i partecipanti formavano un grande cerchio, oppure dal latino choraula, un tipo di canto corale), ma si sa che venivano spesso cantati durante le processioni. I canti divennero ufficialmente “natalizi” grazie al cappellano John Awdlay, che nel 1426 elencava 25 “caroles of Cristemas”. Queste erano probabilmente cantate da gruppi di wassailer, gli stornellatori che viaggiavano nel Paese sostando di casa in casa per offrire il wassali, una bevanda a base di sidro caldo. Con il drink portavano anche l’intrattenimento, recitando versi cantati accompagnati da semplici strumenti. Nel XVI secolo apparvero sempre in Inghilterra melodie cantate ancora oggi, come The 12 Days of Christmas e Oh Christmas Tree, in cui si menzionava finalmente l’albero di Natale. In Francia le melodie popolari furono pubblicate in una raccolta a Lione nel 1535 con il titolo I fiori di Natale. In Italia c’erano le laude e nei Paesi in lingua tedesca i Weihnachtslieder e i Christliche Wiegenlieder. Poi toccò ai pezzi grossi: nel 1734, Johann Sebastian Bach compose l’Oratorio di Natale. Le celebrazioni natalizie conobbero un vero successo nell’epoca vittoriana, quando gli antiquari inglesi andarono a caccia di vecchi canti, poi fatti riscrivere. I canti vittoriani venivano eseguiti in casa il 21 dicembre, giorno della festa di San Tommaso, e alla Vigilia. Si diffusero anche spartiti stampati per i musicisti di strada che adattavano il repertorio alle feste. Charles Dickens (1812-1870) nel suo Canto di Natale (1843) menziona questa tradizione raccontando del cantore solitario che ha il coraggio di cantare alla porta del vecchio avaro Mr. Scrooge. Molti inni dell’800 si devono poi ai religiosi irlandesi o ai vescovi americani. I canti natalizi erano infatti assai diffusi nelle comunità rurali americane e tra gli schiavi delle piantagioni, Children, Go Where I send Thee! è un tipico spiritual afroamericano. Anche i Paesi di lingua tedesca hanno una forte tradizione: Stille Nacht! Heilige Nacht! Astro del ciel, fu composto in Austria nel 1818 dal parroco Joseph Mohr e dal maestro della scuola di Hallein Franz Gruber. Secondo la leggenda, nacque perché serviva un’alternativa da cantare a cappella nelle funzioni natalizie, a causa dell’organo messo fuori uso da un topo che ne aveva rosicchiato i meccanismi. Poi, nel XX secolo arriva lo sfruttamento commerciale, come testimonia lo spot natalizio della Coca Cola, realizzato nel 2024, per la prima volta, con l’intelligenza artificiale. Ma prima delle multinazionali ci avevano pensato i piccoli commercianti a farci i soldi.
Favria, 8.12.2025 Giorgio Cortese
Buona giornata! Lasciamo che la speranza del S. Natale accompagni ogni nostro quotidiano passo. Felice lunedì
8 dicembre 1980
New York: l’ex Beatle John Lennon viene assassinato davanti al Dakota Building dal fan Mark David Chapman. Il mondo perde una delle icone della musica del Novecento.
Un Dono di Natale che Vale una Vita
In questo periodo di festa, mentre le luci di Natale riscaldano le nostre case e ci ricordano il valore della gentilezza, possiamo scegliere di compiere un gesto che racchiude davvero lo spirito del dono: donare il sangue.
Un piccolo gesto. Un dono infinito.
Donare il sangue significa offrire vita a chi sta lottando: un bambino che affronta una malattia, un paziente in attesa di un intervento, una persona coinvolta in un incidente.
In appena dieci minuti puoi cambiare il destino di qualcuno: il tuo sangue diventa respiro, speranza, futuro.
Ti aspettiamo a Favria – Lunedì 22 Dicembre, nel cortile interno del Comune, dalle 8:00 alle 11:20.
Ricorda di portare un documento d’identità. Per garantire la sicurezza di tutti, la prenotazione è obbligatoria.
Info e prenotazioni cell 333 1714827, mail favria@fidasadsp.it