La presenza dell’assenza: lutto e l’eredità dei nostri morti. – 20 gennaio 1265. – Maiale! Tra simbolo, cultura e tavola. – 21 gennaio 1871. – Lung coma ël canònic. – 22 gennaio 1863 – Gusto e potere: la storia dello zucchero – 23 gennaio 1579 – Oltre il margine del vento. – 24 gennaio 41d.C – Scambiarsi un euro o un’idea – 25 gennaio 1479 – Una vita da… libri. – 26 gennaio 1788. – Febbraio, il mese dei cuori che battono insieme…LE PAGINE DI GIORGIO CORTESE

La presenza dell’assenza: lutto e l’eredità dei  nostri morti.

La nostra vita è intessuta dei nostri innumerevoli morti. Essi non sono più con noi, ci hanno lasciati per sempre, non ritorneranno più; eppure continuano ad abitare la nostra interiorità. In quale modo? Quale strana forma di presenza è quella che sopravvive in chi non può più essere presente, in chi non è più qui e non può più risponderci?

È questa la domanda che attraversa, come una corrente sotterranea, il libro di Jacques Derrida Ogni volta unica, la fine del mondo: una raccolta di discorsi sospesi tra il saluto amicale, l’orazione funebre e il saggio filosofico, dedicati agli amici scomparsi. Ma ogni elogio funebre rivolto all’altro è anche, inevitabilmente, un confronto con la propria stessa finitudine e con l’enigma del sopravvivere.

La morte dell’altro non coincide solo con la scomparsa di una vita particolare, bensì con la fine di un intero mondo, del suo mondo. E il dolore che accompagna questa perdita non può essere circoscritto in un luogo della nostra psiche o del nostro corpo: è un dolore che investe l’intera esistenza, che la trasforma, che la segna di una tonalità irriducibile.

Cosa resta allora in noi di chi se n’è andato per sempre? In che modo chi non è più qui continua, misteriosamente, a essere qui? La loro presenza è paradossale: essi restano in noi pur non essendo nostri, non potendo essere da noi posseduti né richiamati in vita. La loro assenza diventa un cielo esteso sopra tutto, un orizzonte che non cessa di avvolgere ciò che viviamo. È un dolore, ma anche un resto di presenza che non può essere del tutto cancellato dal tempo.

Se i nostri morti non possono più sentire la nostra voce, noi possiamo ancora ascoltare la loro nella forma di un’eco interiore, di un gesto, di un sorriso ricordato. Il lutto non serve a espellere il morto dalla vita, ma a convertire la perdita in gratitudine, a trasformare il peso della mancanza in un’eredità capace di generare futuro. Non si tratta, come Freud credeva, di un lavoro che deve giungere a compimento, liberando completamente l’investimento affettivo. Ogni lutto è, in parte, interminabile: conserva una ferita melanconica che non può essere del tutto suturata.

Riconoscere questo limite non è debolezza: è onestà verso ciò che l’altro è stato per noi. E così Derrida invita a rinunciare all’ideale di un lutto perfettamente risolto, riconoscendo invece la vulnerabilità che accompagna ogni vero addio. La voce che trema, l’impossibilità di dire, il silenzio che invade il discorso: tutto ciò testimonia che, insieme alla persona amata, muore un mondo intero che non tornerà più. E tuttavia l’addio non coincide con un distacco assoluto. Esiste una forma di fedeltà che non è fissazione nostalgica, ma riconoscenza per ciò che è accaduto, per l’incontro che ci ha trasformati. In questa fedeltà, ciò che è stato continua a essere: non come copia, non come identificazione, ma come resto fecondo, come traccia viva. È il ripetersi dell’inizio di un incontro che non smette di accadere.

Così i nostri morti non sono ombre che oscurano i nostri giorni, ma presenze fatte di assenza, compagne di un cammino che continua a svolgersi oltre la separazione. La loro eredità non è un peso da portare, ma una forma di grazia che ci permette ancora di vivere, ancora di pensare, ancora di amare. La morte non spezza il legame: lo trasforma. L’altro continua a vivere non nel luogo dove si trovava, ma nello spazio che ha aperto in noi. Ogni lutto autentico è l’accettazione che l’altro resta irriducibilmente altro, anche e soprattutto  quando non c’è più. Così, l’addio si converte in un nuovo modo di presenza, e la fine di un mondo diventa l’inizio di una responsabilità: custodire ciò che abbiamo ricevuto senza volerlo trattenere, lasciare che l’assenza continui a generare significato. In questo senso, la morte non è l’ultima parola, ma la consegna silenziosa di un compito: continuare a vivere l’incontro, anche quando l’incontro sembra finito.

Favria, 20.01.2026  Giorgio Cortese

Buona giornata. Ogni giorno bisogna scegliere di dare valore ai nostri piccoli passi. Buon martedì!

20 gennaio 1265

Protagonista della “seconda guerra dei baroni” contro il re d’Inghilterra Enrico III, il condottiero Simone di Montfort convoca il primo parlamento inglese eletto direttamente.

Maiale! Tra simbolo, cultura e tavola.

Un vecchio proverbio medievale recitava che “l’agnello e il bue sono buoni sia da vivi che da morti, il cane è buono da vivo e cattivo da morto, il maiale è cattivo da vivo ma buono da morto, e il lupo è cattivo da vivo e da morto”. Così, nel Medioevo, gli animali venivano divisi con semplicità in buoni e cattivi. Il maiale, in particolare, da vivo era percepito come vicino al lupo, simbolo di avidità e lussuria, mentre da morto condivideva la bontà dei miti bue e agnello.

Il maiale veniva associato alla sporcizia e alla voracità: il suo comportamento, il nutrirsi di tutto e il rotolarsi nel fango, ne facevano un simbolo negativo. Nell’Odissea, Circe trasforma in maiali alcuni compagni di Ulisse, un’immagine che riflette la visione negativa della specie, soprattutto tra culture che evitavano il consumo di carne suina, come gli ebrei, per ragioni religiose e culturali.

Tuttavia, l’avversione per il maiale non è universale. In molte civiltà, dal mondo mediterraneo all’Asia orientale, il maiale era e rimane un animale prezioso e rispettato. Nei popoli indoeuropei, come Greci, Celti, Germani e Latini, esso era centrale nell’alimentazione e nei riti religiosi: dai sacrifici dei misteri eleusini al simbolismo della “troia” nelle tradizioni etrusco-germaniche, fino alla sacralità del cinghiale nelle cacce rituali.

Anche nel Medioevo europeo il maiale mantenne un ruolo centrale. Era un animale resistente, utile interamente: carne, ossa, grasso e facile da conservare con varie tecniche, dalla salatura all’affumicatura. In ambito cristiano, il maiale fu associato a sant’Antonio Abate, eremita egizio patrono dei monaci antoniani e curatore del “fuoco di sant’Antonio”, trattato con un unguento a base di grasso suino. La macellazione annuale del porco precedeva il Carnevale e la Quaresima, trasformandosi in un rito collettivo e religioso che segnava il passaggio dall’inverno alla primavera, unendo il bisogno alimentare al rispetto simbolico.

Il consumo di carne suina aveva anche una funzione sociale e religiosa: alimentarsi di sanguinaccio o prosciutti era un modo per dimostrare appartenenza a determinati gruppi culturali e religiosi, distinguendosi da ebrei o musulmani, mentre la preparazione di carni conserve diventava arte gastronomica. La tradizione ha così trasformato un animale “impuro” in protagonista di riti, banchetti e sapori, con un rispetto implicito per la sua vita e la funzione che svolgeva nella comunità.

Il maiale ci insegna quanto sia sottile il confine tra disprezzo e rispetto, tra paura e valorizzazione culturale. Da simbolo di avidità e impurità a protagonista dei riti religiosi e della cucina, esso mostra come l’uomo abbia saputo trasformare ciò che è ritenuto brutto o cattivo in occasione di celebrazione, nutrimento e arte. Forse il maiale, alla fine, ci ricorda che la bontà e il valore spesso emergono solo quando impariamo a guardare oltre le apparenze.

Favria, 21.01.2026  Giorgio Cortese

Buona giornata. Ogni giorno che ti impegna ti avvicina a ciò che desideri. Buon mercoledì!

21 gennaio 1871

Si completa in Italia il progetto risorgimentale: la capitale del Regno si sposta da Firenze a Roma, la città conquistata il 20 settembre dell’anno prima, grazie a un colpo di mano dei bersaglieri.

Lung  coma ël canònic.

L’espressione piemontese «lung coma ël canònic», cioè «lungo come il canonico», è un modo di dire che indica qualcosa di interminabile, soprattutto un discorso troppo prolisso. Il canonico è un sacerdote che appartiene a un capitolo e che svolge funzioni liturgiche solenni nelle cattedrali o nelle chiese collegiate. Non tutti i sacerdoti sono canonici, ma tutti i canonici sono sacerdoti: il loro ruolo è più specifico e legato a una forma di vita regolata.

Il termine deriva dal latino canon, dal greco kanon, con il significato originario di “canna” e poi di “regola”. Da qui, nel Medioevo, canon indicava la regola monastica e anche gli elenchi ufficiali, come quello dei canonici stessi. Le canoniche erano le abitazioni dei parroci, annesse alla chiesa, e nelle cattedrali i canonici sedevano nel coro ligneo, negli stalli intagliati disposti lungo l’abside. L’immagine dei canonici immobili nelle lunghe funzioni liturgiche ha forse dato origine al modo di dire, evocando una solennità lenta e senza fretta, tipica di un tempo ormai lontano.

Un’altra possibile origine è musicale: il canone, composizione contrappuntistica sviluppata soprattutto nella polifonia fiamminga del Quattrocento, è basato sulla ripetizione e sull’imitazione di una voce da parte delle altre. Anche questo tipo di musica può risultare molto lungo e complesso e potrebbe aver contribuito a rafforzare l’associazione tra l’idea di “canone” e quella di qualcosa che sembra non finire mai.

Infine, nella cultura contemporanea la parola canonico richiama anche l’espressione “evento canonico”, che indica un momento cruciale e inevitabile, capace di segnare in modo decisivo il corso di una storia o la vita di un personaggio. Anche questo uso moderno aggiunge una sfumatura di solennità e rilevanza al termine, pur essendo distante dall’origine del modo di dire.

Favria, 22.01.2026   Giorgio Cortese

Buona giornata. Ogni giorno non sottovalutiamo mai la forza dei nostri pensieri positivi. Buon giovedì!

22 gennaio 1863

Innescata dai giovani contro la coscrizione obbligatoria nell’esercito russo, l’insurrezione di gennaio è la più lunga rivolta polacca contro l’Impero russo, sedata dopo due anni di guerriglia armata.

Gusto e potere: la storia dello zucchero

In Italia oggi se ne consumano 33 chili pro capite l’anno. Erano 7-8 in era fascista. Può un prodotto cambiare il mondo? Nel caso dello zucchero, possiamo dire di sì, anche se questo vale solo per un gruppo ristretto di beni, come grano, riso e mais. La sua diffusione universale lo ha reso pilastro della cucina e della cultura, ma la storia dello zucchero è relativamente recente: intreccia economia e cultura, potere e gusto, come ha raccontato Sidney W. Mintz.

Nel mondo antico la dolcificazione veniva ottenuta soprattutto con miele e ingredienti naturali, finché dall’India arrivò un nuovo “oro bianco”: l’estratto cristallizzato della canna da zucchero. Misterioso e prezioso, divenne una merce strategica. Gli schiavi africani trasportati nei Caraibi lavoravano nelle piantagioni per produrre melassa, che poi partiva per la Gran Bretagna e veniva raffinata. Il sistema garantiva profitti enormi a privati e Corona, sostenuto da una protezione militare che era l’altra faccia di un capitalismo estrattivo estremo.

Nel Medioevo Venezia ne commerciava, mentre nel Nord Europa restava quasi sconosciuto fino alle Crociate. Solo a metà Seicento, con l’espansione coloniale inglese nei Caraibi, la produzione di zucchero esplose: serviva manodopera, arrivarono schiavi africani, e le piantagioni trasformarono radicalmente paesaggi ed ecosistemi. Ma la globalizzazione dello zucchero funzionava: aumentava la produzione, scendevano i prezzi, e il lusso diventava accessibile alla borghesia. Il gusto per il dolce si diffondeva insieme al tè e ad altri beni coloniali, simboli di prestigio ed esotismo.

Napoleone impose il blocco continentale all’inizio dell’Ottocento, privando la Francia dello zucchero di canna e aprendo la strada al surrogato di barbabietola. Più economico e locale, permise alle classi popolari di assaporare cibi dolci ed energetici, chiudendo il cerchio della sua diffusione nella società.

In Italia, dopo l’Unità, la crescita dell’industria zuccheriera fu lenta e protetta da alti dazi. Per decenni il consumo rimase limitato: meno di tre chili all’anno per persona. Il pan di zucchero, solido e compatto, rimaneva un sogno tangibile, un cono bianco avvolto in carta azzurro-grigia, fonte di ispirazione e colore. Solo con il miracolo economico del Dopoguerra i consumi crebbero vertiginosamente: dai 7-8 chili annui del periodo fascista si passò a 17 negli anni Cinquanta, 25 negli anni Sessanta e infine 33 oggi, con tutte le conseguenze note sulla salute. Il dolce aveva preso il suo posto, a scapito dell’amaro, nella nostra dieta e nella nostra cultura.

Saccharum officinarum fu addomesticato in Nuova Guinea almeno 8 mila anni fa, originando da Saccharum robustum. Le ibridazioni successive con Saccharum sinense e Saccharum barberi portarono alla raffinazione dei cristalli di zucchero in Asia, la cui manifattura è documentata in testi vedici del primo millennio a.C., anche se senza reperti archeologici diretti.

Lo zucchero, così piccolo e luminoso, ha attraversato oceani e secoli, ha cambiato economie, popolazioni e paesaggi. E mentre il suo gusto dolce ci accompagna ogni giorno, resta il ricordo delle mani che l’hanno raccolto, della fatica, del potere e della storia intrecciata a ogni granello. Forse, nel suo splendore fragile, c’è un monito silenzioso: ogni dolcezza porta in sé la memoria del prezzo pagato, e ogni piacere del mondo conserva l’ombra del tempo e della vita che lo hanno reso possibile.

Favria, 23.01.2025  Giorgio Cortese

Buona giornata.  Ogni giorno guardiamo  a ciò che abbiamo realizzato e siamone  sempre orgogliosi. Buon venerdì!

23 gennaio 1579

La firma del Trattato di Utrecht unifica le province desiderose di separarsi dai Paesi Bassi spagnoli. È considerato l’atto che diede il via all’indipendenza delle Province Unite e all’Olanda moderna.

Oltre il margine del vento

Gli uccelli, quando spiccano il volo, non voltano mai la testa per seguire la scia che si dissolve dietro di loro. È una verità semplice, naturale, eppure profondamente simbolica. Ho letto un libro che parla della strada che costeggia il lato occidentale del Mar Morto verso la fortezza di Masada, ultimo bastione della resistenza giudaica contro l’impero romano nel 73 d.C.  dove si  incontra una colonna di sale che la tradizione ha battezzato “la moglie di Lot”.

La vicenda è antica, ma la sua eco non si spegne: mentre un incendio di fuoco e zolfo cala su Sodoma e Gomorra, Lot fugge, esitante, verso un luogo sicuro. Sua moglie però si ferma, guarda indietro, e in quell’istante diventa pietra, memoria cristallizzata di chi rimane incatenato al proprio ieri, idealizzato come un paradiso che non ritornerà più.

Eppure, l’invito a volgere lo sguardo in avanti appare in molte culture. In un proverbio indonesiano  ricordato dallo scrittore Jan Brokken nel suo La suite di Giava, racconto paradossale perché rivolto alle ombre del colonialismo passato si ricorda che il volo degli uccelli è sempre teso verso ciò che ancora non esiste. Le loro ali fendono il vento, senza esitazioni, senza nostalgia.

Il tempo stesso sembra comportarsi così: una corrente che ci sospinge, volenti o nolenti, verso ciò che verrà. È inevitabile sentirne a volte il peso o la minaccia. Il poeta latino Orazio si lasciò sfuggire il suo lamento “gli anni scorrono leggeri e inafferrabili”, ricordandoci che nessuna supplica può arrestare il passaggio dell’età, l’arrivo delle pieghe sul volto, l’ombra della fine.
E tuttavia, davanti non ci attende solo timore: esiste anche un domani capace di custodire promesse di luce, possibilità che ancora non sappiamo nominare.

Per questo non vale la pena dissipare i giorni rimuginando il passato, sospirando sul presente o tremando per ciò che potrebbe accadere.

La vita ci chiede un gesto essenziale: imparare a camminare come gli uccelli volano, con un’apertura silenziosa verso ciò che ancora non conosciamo. Ogni volta che ci voltiamo indietro, rischiamo di trasformare l’esperienza in prigione; ogni volta che accettiamo di avanzare, invece, il futuro smette di essere una minaccia e diventa un territorio da esplorare. Il senso dell’esistenza non sta nel trattenere ciò che è già accaduto, ma nel concedersi al movimento: è nel vento che incontriamo davvero noi stessi.

Favria, 24.01.2025  Giorgio Cortese

24 gennaio – Giornata internazionale dell’educazione

Buona giornata! Oggigiorno investiamo nella conoscenza e nella crescita di ciascuno di noi. Felice sabato!

24 gennaio 41d.C

A soli 28 anni l’imperatore romano Caligola viene assassinato da alcuni dei suoi pretoriani: si chiude nel sangue un regno segnato da eccessi, stravaganze e dispotismo

Scambiarsi un euro o un’idea

Se tu e io ci scambiamo un euro, alla fine restiamo sempre con un euro ciascuno. Se invece ci scambiamo le idee, dopo tu ne hai due e io pure.

Scambiarsi un euro o un oggetto è, in realtà, un atto che lascia tutto com’era: il bilancio rimane invariato e, spesso, l’azione è guidata dall’egoismo. Quante volte, nel ricambiare un favore, si bada a non esagerare, cercando di mantenere la parità o di trarne un vantaggio personale?

Scambiarsi un’idea o l’amore è invece un arricchimento autentico: il passaggio permette a entrambi di conservare ciò che si possiede, ricevendo al contempo qualcosa di nuovo dall’altro. In questo modo, ognuno diventa più dotato, più pieno di significato.

Chi vive solo per gli scambi commerciali fatica a comprendere il paradosso della vita: c’è più gioia nel dare che nel ricevere. Alcune persone hanno vite colme di cose ma vuote di serenità e di pace, perché hanno sempre calcolato tutto nei rapporti, senza capire che la libertà di dialogo e di donazione è ciò che rende l’esistenza piena.

Il confronto di idee, l’abbraccio nell’amore, la conversazione sincera e intelligente trasformano l’anima, rendendola più ricca rispetto a una relazione fredda, regolata solo dai reciproci vantaggi economici. Questa è la via per gustare la vera bellezza della vita.

Favria,  25 gennaio

Buona giornata. Il riposo nutre la mente e prepara nuove fioriture. Felice domenica!

25 gennaio 1479

Venezia e l’Impero Ottomano firmano la pace di Costantinopoli, accordo che pone fine al conflitto tra le due potenze durato 16 anni, dal 1463 al 1479.

Una vita da… libri

Un libro si pavoneggiava in pubblico: “Sono proprio un best seller!”. Un altro aveva un’idea fissa: restare in bianco. Uno fuori allenamento arrivò a piè di pagina e prese fiato, mentre un libro d’ore, stanco, si mise sotto la sovraccoperta alla sera. Qualcuno mise un annuncio economico: “AAA manuale cercasi per costruzione testo”. Un libro esaurito fu rilegato d’urgenza, e un libretto indolente alzava le spalle ai genitori: “Menabò!” Sorpreso a rubare un portfolio in una galleria, un ex libris imprecò: “Sono fregiato!” Un libro di poesia perse la licenza e andò fuori commercio, mentre uno disonesto veniva preso a bozze in faccia. Uno morì di un elzeviro sconosciuto, un altro si fece visitare dall’oculista: gli era entrato un opuscolo in un occhio. Giocando a filetto, qualcuno perse camicia e segnalibro; un invenduto si buttò in politica: “Mi hanno licenziato!” Dopo anni di matrimonio con un’appendice, un libro mise su la pancetta; un facsimile incontrò l’originale: “T’immaginavo più magro!” Un intonso incontrò un libro mai letto e, con aria di sufficienza, lo squadrò: “Che intonso sei!” Un libro sdraiato guardava il cielo di letterine luminose, e cadendo una letterina desiderò una ristampa. Un po’ alticcio vide una libbra e cantò come un libretto d’opera; un libro a chiave si chiuse in un comodino per scoprire il mistero della vita. Dal ripiano più alto, un libro oscillava leggermente al capoverso; uno così chiaro nelle idee che gli altri esclamarono: “Parli come un libro stampato!”
Qualcuno ebbe uno sconto e divenne brossura; un altro restò a bocca aperta sotto il torchio: “Che impressione!” Un galante offrì un cocktail a una miscellanea e ricevette un refuso; una dispensa cadeva in depressione e dispensava brutti pensieri. Un libro fu tradotto all’estero per le filigrane, un clandestino schedato da un conservatore intollerante. Un cartellino in biblioteca avvertiva: “I bestiari devono restare fuori”, mentre un capolettera in libera uscita faceva l’occhiello a una rivista.
Un recensore burbero stroncò un libro definendolo “poco intelligente” e “privo di compendio”. Un libro fu divorato in una notte, il suo scheletro abbandonato nella trama di un romanzo; un volumone oblungo si invaghì di una miniatura. Un libro del XVI secolo, con cellophane storto e dorso rovinato, si lamentava sempre della salute; uno bianco perse la faccia quando scoprì che lo avevano pagato con fondi neri. Al fondo dell’ultima pagina, un libro ebbe un brutto presentimento: sentì avvicinarsi la “fine”. Eppure, tra pieghe, refusi e ristampe, i libri continuano a respirare, a sussurrare storie e a ridere delle proprie disavventure. Perché ogni vita, anche quella piegata o invenduta, lascia sempre un segno sul grande scaffale del mondo.

Favria, 26 gennaio

Buona giornata. Apri la settimana con fiducia: il meglio potrebbe essere proprio dietro l’angolo. Felice lunedì!

26 gennaio 1788

Sbarca la Prima flotta britannica a Sydney: nasce la colonia penale australiana e si avviano una serie di esplorazioni del continente che forniranno la base per successive colonie.

Febbraio, il mese dei cuori che battono insieme

C’è un gesto capace di accendere la speranza, di cambiare un destino, di regalare un domani. È un gesto semplice, ma straordinario: donare il sangue.

Febbraio è il mese dell’attesa, del freddo che lentamente lascia spazio alla luce. È il mese giusto per ricordarci che ognuno di noi può diventare parte della storia di qualcun altro. Una storia di coraggio, di lotta, di vita che chiede di continuare.

Donare il sangue significa esserci quando qualcuno ne ha più bisogno. Significa tendere la mano a un bambino che combatte una battaglia troppo grande per la sua età, a una persona che aspetta un intervento urgente, a chi ha visto la propria vita cambiare in un istante. In pochi minuti puoi diventare il loro raggio di sole, la loro possibilità, il loro respiro in più.

Il tuo sangue non è solo sangue. È tempo che ritorna. È futuro che ricomincia. È speranza che prende forma.

Ti aspettiamo a Favria, venerdì 27 febbraio, nel cortile interno del Comune, dalle 8:00 alle 11:20. Porta con te un documento d’identità: per tutelare tutti, la prenotazione è obbligatoria.Info e prenotazioni  Cell: 333 1714827 Mail: favria@fidasadsp.it