La Repubblica: tra memoria e distanza.
Nel dibattito pubblico italiano che accompagna l’anniversario del referendum del 2-3 giugno 1946, emerge con forza un tema centrale: la Repubblica non è soltanto una forma istituzionale, ma anche un insieme di parole, simboli e memorie che ne hanno costruito il significato nel tempo.
La sua nascita segna uno spartiacque decisivo nella storia del Paese. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la crisi della monarchia, gli italiani furono chiamati a scegliere tra due forme di Stato. La Repubblica prevalse con un margine significativo, aprendo la strada alla scrittura della nuova Costituzione e a un profondo processo di rifondazione democratica.
In questo passaggio storico si intrecciano tradizioni diverse. Da un lato, il lungo percorso del Risorgimento e delle idee democratiche ottocentesche, spesso minoritarie ma presenti nel dibattito politico e culturale. Dall’altro, l’esperienza della guerra, del fascismo e della Resistenza, che rese urgente la costruzione di un nuovo patto civile.
La Costituente rappresentò il momento in cui queste diverse culture politiche trovarono una sintesi. L’idea di fondo era che la sovranità appartenesse ai cittadini e dovesse essere esercitata attraverso istituzioni rappresentative solide e condivise. In questo senso, la Repubblica non nacque solo come forma di governo, ma come progetto di democrazia.
Eppure, a distanza di decenni, resta una domanda aperta: quanto questo principio è realmente interiorizzato nella coscienza collettiva? Se da un lato la Repubblica è il fondamento giuridico e politico dello Stato, dall’altro la sua presenza simbolica appare talvolta più debole rispetto ad altre figure e momenti della storia nazionale, spesso più immediatamente riconoscibili nell’immaginario pubblico. Questa distanza non mette in discussione la solidità delle istituzioni, ma suggerisce una riflessione sul rapporto tra cittadini e Stato. La Repubblica appare così come una realtà duplice: solida nelle sue strutture, ma meno evidente nella sua percezione quotidiana.
Ed è proprio in questa tensione tra memoria e presente che si gioca ancora oggi il significato più profondo della cittadinanza repubblicana.
Favria, 2.06.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. W l’Italia oggi si celebra la libertà e l’unità del Paese. Felice martedì.
2 giugno 1966: la sonda statunitense Atterraggio della Surveyor 1 sulla Luna compie il primo allunaggio morbido nella storia degli Stati Uniti. È un passo fondamentale del programma spaziale verso le future missioni lunari umane.
Dove le iris insegnano a guardare.
Ci sono fiori che non annunciano soltanto una stagione, ma cambiano il modo in cui la si attraversa. Le Iris pallida appartengono a questa specie rara: compaiono all’improvviso, tra pietre scaldate dal sole e margini dimenticati, e trasformano luoghi marginali in episodi di bellezza inattesa. Crescono dove lo spazio è poco e la terra è povera, senza esitazione, come se proprio lì trovassero la loro misura. E quando fioriscono, lo fanno con una sicurezza antica: steli eretti, corolle leggere, un profumo discreto che non invade ma resta.
Il loro colore sfugge alle definizioni semplici. Non è soltanto azzurro o lilla, ma una tonalità sospesa, che richiama certi cieli dipinti da Piero della Francesca, dove la luce sembra trattenuta più che riflessa. È un colore che non colpisce subito, ma si deposita nello sguardo, e più lo si osserva più diventa necessario.
Sono piante che abitano una doppia appartenenza. Da un lato il giardino, dove dialogano con altre presenze senza perdere la propria identità; dall’altro il paesaggio aperto, dove si diffondono in colture dedicate alla profumeria, trasformando i loro rizomi in essenze preziose. Non sono mai del tutto domestiche né completamente selvatiche: stanno in quella zona intermedia in cui la natura e l’intervento umano si incontrano senza annullarsi.
Anche nel loro crescere libero, tuttavia, mantengono un legame con chi le osserva. Con il tempo il rizoma si ispessisce, trattiene energia, e la fioritura può farsi più avara. Basta allora un gesto semplice, quasi distratto, per restituire equilibrio: dividere, spostare, alleggerire. È una forma di cura che non pretende controllo, ma attenzione. Un rapporto fatto di piccoli interventi e lunghe attese.
Il paesaggio in cui ho imparato a riconoscerle non è soltanto un luogo, ma un percorso inciso nella memoria. Una strada che si apre tra alberi e radure, che chiede di essere seguita senza fretta. Un filare che accompagna, un bivio che orienta, un tratto d’ombra che prepara alla luce. Poi i prati, gli animali, le erbe spontanee che disegnano una geografia irregolare ma coerente. Ogni elemento sembra trovare il proprio posto senza bisogno di ordine apparente.
E quando la salita si fa più evidente, accade qualcosa che interrompe il ritmo del cammino. Le iris iniziano a comparire, dapprima isolate, poi sempre più fitte, fino a diventare una presenza diffusa, quasi continua. Ciò che era frammento si fa distesa, e lo sguardo è costretto a cambiare misura. L’aria si riempie di profumi: ginestra, rosa selvatica, terra che si scalda. Tutto sembra vibrare di una stessa intensità, come se il paesaggio avesse trovato una voce unica.
Forse è proprio qui che le iris rivelano il loro senso più profondo. Non sono soltanto fiori, ma passaggi: tra stagioni, tra spazi, tra modi diversi di abitare il mondo. Esistono nella misura in cui qualcuno le ha lasciate essere, e continuano a esistere perché ancora oggi si inseriscono in una relazione fatta di attenzione e memoria.
E allora la loro lezione è sottile ma persistente. Ci ricordano che la bellezza non è qualcosa da possedere o da isolare, ma un’esperienza che accade quando si è disposti a riconoscerla. Che i luoghi non si esauriscono in ciò che mostrano, ma si rivelano a chi li attraversa con pazienza. E che, in fondo, non siamo noi a custodire il paesaggio: è il paesaggio, silenziosamente, a custodire il modo in cui impariamo a guardare.
Favria, 3.06.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ogni piccolo gesto costruisce grandi sogni. Felice mercoledì.
3 giugno 1889
Nasce Charlie Chaplin. Diventò una delle icone del cinema muto mondiale.
Il respiro fragile delle nostre democrazie.
Le nostre democrazie sembrano vacillare. Forse non stanno crollando, ma si stanno trasformando, e noi fatichiamo a comprenderne le proporzioni e le conseguenze. Ci preoccupiamo troppo o troppo poco, spesso incapaci di valutare davvero dove stiamo andando.
La democrazia nasce dall’idea che il potere possa appartenere a tutti e che la libertà dei cittadini sia il fondamento di una società giusta. È un sistema che promette partecipazione, responsabilità e collaborazione, ma al tempo stesso è fragile. Non esiste una formula perfetta: può degenerare nel predominio cieco delle masse o nel dominio ristretto di pochi, e proprio in questi limiti risiede la sua sfida più grande.
Il valore della democrazia non si misura solo nelle leggi o nelle istituzioni, ma nella capacità dei cittadini di custodirla, di riflettere sul suo significato, di agire con responsabilità e rispetto. La sua forza risiede nel continuo equilibrio tra libertà e regole, tra rappresentanza e partecipazione diretta, tra voce individuale e interesse comune.
Oggi, più che mai, la democrazia richiede attenzione e cura. Non basta ereditare un sistema: è necessario comprenderlo, parteciparvi e difenderlo ogni giorno. La storia ci mostra che non esiste progresso lineare, ma trasformazioni costanti che chiedono discernimento e impegno.
Forse allora la democrazia non è un traguardo da raggiungere una volta per tutte, ma un esercizio quotidiano di equilibrio tra diritti e doveri, tra libertà e responsabilità. E in questo esercizio scopriamo una verità semplice e profonda: la democrazia non è soltanto una forma di governo, è lo specchio di ciò che siamo come società e come individui, e il suo destino dipende dalla misura con cui sapremo custodirne lo spirito.
Favria, 4.06.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ogni giorno fermiamoci un momento e ascoltiamo il nostro respiro per ritrovare equilibrio nel silenzio. Felice giovedì.
4 giugno 1944.
Avviene la Liberazione di Roma. Segna la fine dell’occupazione nazista nella capitale.
Il sambuco, albero di soglia e di mistero
Diffuso in tutta Europa, dalle pianure fino ai margini montani, il Sambucus nigra cresce dove altri si fermano: lungo i bordi dei boschi umidi, nelle siepi campestri, accanto alle case contadine. È una pianta che non invade, ma accompagna. Arbusto generoso e resistente, ha imparato a vivere nelle zone di passaggio, nei luoghi di confine, e forse proprio per questo è stato caricato, nel tempo, di significati che vanno ben oltre la sua apparenza discreta.
In tarda primavera la sua fioritura è un’apparizione gentile ma inconfondibile: ampi corimbi di piccoli fiori color bianco crema, leggeri come pizzi, che diffondono un profumo dolce e penetrante. Quei fiori, raccolti al momento giusto, diventano frittelle dorate, sciroppi aromatici, bevande fresche che conservano il sapore dell’inizio dell’estate. Poi, con il passare dei mesi, arrivano le bacche scure, lucide, fitte come piccole costellazioni: alimento per gli uccelli, ma anche materia prima per marmellate, gelatine, aceti e fermentati dalle proprietà benefiche, note da secoli nella tradizione popolare. Il sambuco è, in questo senso, una pianta completa: nutrimento, rimedio, materia.
Ma ciò che lo distingue davvero è il modo in cui si è insinuato nell’immaginario collettivo. Nel Nord Europa e in Germania si credeva che tra i suoi rami abitasse una figura femminile, uno spirito protettivo spesso chiamato Frau Holle, custode della casa e del focolare. Tagliare un sambuco senza chiederne il permesso era considerato un gesto pericoloso, quasi sacrilego, capace di attirare sventure. Per questo veniva piantato vicino alle abitazioni o ai fienili: non solo come risorsa utile, ma come presenza viva, alleata silenziosa contro ciò che non si vede.
Attorno a questa pianta si sono stratificate credenze affascinanti. Si diceva che dormire sotto la sua chioma durante la notte del solstizio d’estate potesse aprire la vista al regno delle fate, e che dai suoi rami, svuotati del midollo, si potessero ricavare flauti capaci di evocare spiriti o di dialogare con l’invisibile. Non è un caso che il sambuco sia stato spesso considerato un “albero di soglia”: né pienamente domestico né del tutto selvatico, radicato in quel punto incerto in cui il mondo umano incontra ciò che sfugge al controllo.
Oggi, proprio perché comune e facile da coltivare, il sambuco è spesso trascurato nei giardini, sostituito da specie più appariscenti o esotiche. Eppure, nella sua apparente semplicità, conserva una profondità rara. Non ha bisogno di stupire: si offre, stagione dopo stagione, con una costanza che non chiede applausi. Porta con sé una memoria antica, fatta di gesti quotidiani e di racconti sussurrati, di utilità concreta e di mistero.
Forse è proprio questo intreccio a renderlo così significativo. Il sambuco ricorda che ciò che cresce ai margini non è meno importante, che le cose più vicine possono essere le più cariche di senso. E che esistono presenze, nella natura come nella vita, che non dominano lo spazio ma lo custodiscono. Sta a noi accorgercene: fermarci, riconoscerle, e accettare che non tutto deve essere spiegato per essere, semplicemente, vero.
Favria, 5.06.2026 Giorgio Cortese
Concerti in San Giorgio 2026: la musica torna a vivere tra arte, memoria e bellezza nel cuore di Valperga.
Ci sono luoghi in cui la musica non è soltanto spettacolo, ma diventa emozione condivisa, memoria collettiva e dialogo tra passato e presente. La medievale Chiesa di San Giorgio di Valperga è uno di questi luoghi. Ed è proprio in questa cornice ricca di storia, spiritualità e fascino che prenderà vita la XXVI stagione di “Concerti in San Giorgio”, una rassegna che negli anni è diventata un simbolo culturale del territorio canavesano.
Promossa dall’Associazione Amici di San Giorgio in Valperga ETS, con il sostegno di istituzioni, enti e associazioni locali, la stagione 2026 conferma la volontà di offrire alla comunità momenti di grande qualità artistica, accessibili a tutti grazie all’ingresso gratuito. Un progetto che non si limita a proporre concerti, ma che custodisce e rinnova il valore dell’incontro, della partecipazione e della cultura come patrimonio condiviso.
Per quattro domeniche di giugno, il pubblico potrà vivere un percorso musicale capace di attraversare epoche, linguaggi e sensibilità diverse: dalla musica classica alla lirica, dalla canzone d’autore italiana alle sonorità orchestrali per fiati. Ogni appuntamento sarà un’esperienza unica, immersa nell’atmosfera suggestiva della Chiesa di San Giorgio, luogo che da sempre amplifica il potere evocativo della musica.
L’inaugurazione della rassegna è prevista per domenica 7 giugno alle ore 17.30 con l’Orchestra Mandolinistica Città di Torino, diretta dal maestro Pier Carlo Aimone. Un ensemble di grande prestigio che accompagnerà il pubblico in un viaggio musicale raffinato e coinvolgente attraverso le opere di Mozart, Gounod, Lehár, Cecere, Cohen, Kuwahara e altri compositori. Le sonorità del mandolino e dell’orchestra promettono di creare un’atmosfera elegante e intensa, capace di unire tradizione e sensibilità contemporanea.
Il secondo appuntamento, in programma domenica 14 giugno alle ore 17.30, porterà in scena la forza espressiva della voce con “Chi ama canta!”, concerto affidato al soprano Christel Marcoz, al tenore Mykyta Ishchenko e alla pianista Erica Pompignan. Un programma ricco di emozioni che attraverserà alcune delle pagine più amate della musica vocale europea, con composizioni di Puccini, Bellini, Donizetti, Verdi, Debussy, Mascagni e Lehár. Un repertorio che parlerà d’amore, passione e sentimento attraverso il linguaggio universale della lirica e della musica da camera.
Domenica 21 giugno, sempre alle 17.30, la rassegna cambierà atmosfera per lasciare spazio alla poesia della canzone d’autore italiana con “Cari cantautori…”, proposto dal Duo Cotto-Hagiu. Fabrizio Cotto, voce e chitarra, insieme a Livia Hagiu, al violino e alle percussioni, renderanno omaggio ai grandi interpreti della musica italiana come Fabrizio De André, Gino Paoli, Luigi Tenco, Sergio Endrigo e Francesco Guccini. Sarà un concerto dal sapore intimo e intenso, capace di riportare alla luce parole, melodie ed emozioni che hanno segnato intere generazioni.
La conclusione della stagione è affidata a un appuntamento di grande energia musicale: domenica 28 giugno alle ore 18.00 si esibirà infatti l’Ensemble Fiati della Banda Musicale Città di Ivrea, in collaborazione con l’associazione LeMus di Ivrea. Flauti, clarinetti, corni e fagotti interpreteranno musiche di Mozart e Beethoven, offrendo al pubblico un finale solenne e coinvolgente, nel segno della grande tradizione classica europea.
Ma “Concerti in San Giorgio” è molto più di una semplice rassegna musicale. È un progetto che ogni anno riesce a creare connessioni profonde tra artisti, territorio e pubblico. È il desiderio di mantenere viva la bellezza attraverso la cultura, valorizzando uno dei luoghi più significativi di Valperga e trasformandolo in uno spazio di incontro aperto a tutti.
In un tempo in cui il bisogno di esperienze autentiche è sempre più forte, iniziative come questa ricordano quanto la musica possa ancora unire le persone, emozionare e costruire comunità. Tra le mura della Chiesa di San Giorgio, le note diventano così voce del territorio, custodi della memoria e promessa di futuro.
Giorgio Cortese
Buona giornata. Accogli il giorno con fiducia e speranza. Felice venerdì.
5 giugno 1972
Nasce la Giornata Mondiale dell’Ambiente. Fu istituita dalle Nazioni Unite.
5 giugno 1625
La città olandese di Breda si arrende ai tercios, le truppe spagnole guidate dal generale genovese Ambrogio Spinola. L’assedio, durato circa dieci mesi, è un episodio cruciale della Guerra degli ottant’anni, la rivolta delle Province Unite, Paesi Bassi, contro il dominio spagnolo.
Un cuore gentile in un corpo potente
Muscoli forti, sguardo intenso, presenza che non passa inosservata. L’American Staffordshire Terrier, spesso chiamato Amstaff, è uno di quei cani che vengono giudicati prima ancora di essere conosciuti. Il suo fisico compatto e atletico racconta una storia che molti credono di conoscere, ma che oggi non gli appartiene più. Dietro quella struttura da lottatore non c’è aggressività, bensì una sensibilità profonda, un desiderio sincero di contatto e una capacità di affetto che sorprende chiunque si conceda il tempo di guardare oltre l’apparenza.
L’Amstaff moderno è un cane dal cuore gentile, capace di legami intensi e di una lealtà assoluta. Vive la famiglia come il suo centro emotivo, cerca la vicinanza, la relazione costante, il dialogo silenzioso fatto di sguardi e presenza. È noto per il rapporto speciale che riesce a instaurare con i bambini, verso i quali si dimostra paziente, protettivo e delicato, con una cura quasi istintiva. La sua dolcezza è spesso invisibile a chi si ferma alla superficie, ma diventa evidente a chi lo incontra nella quotidianità.
Intelligente e molto ricettivo, l’American Staffordshire Terrier possiede una sensibilità spiccata che gli consente di percepire l’ambiente e le persone che lo circondano. Sa distinguere le situazioni, leggere le emozioni, modulare le proprie reazioni. Non è aggressivo per natura, ma consapevole della propria forza. Il suo equilibrio dipende in larga misura dall’educazione ricevuta, dalla socializzazione e dal tipo di relazione costruita con l’umano di riferimento. Come tutti i cani dotati di grande energia e intelligenza, ha bisogno di una guida coerente, presente e responsabile.
Le origini della razza risalgono all’Inghilterra del XIX secolo, quando incroci tra Bulldog e Terrier diedero vita a cani utilizzati in contesti che oggi appartengono a un passato lontano e superato. Da lì iniziò un percorso che portò questi cani negli Stati Uniti, dove si sviluppò una variante più grande e strutturata. Nel corso del Novecento, con il riconoscimento ufficiale e un importante lavoro di selezione, l’American Staffordshire Terrier ha cambiato volto: l’obiettivo è diventato quello di valorizzarne l’estetica, la stabilità caratteriale e la capacità di vivere serenamente accanto all’uomo.
Nonostante venga spesso confuso con razze affini, l’Amstaff ha un’identità precisa. Ciò che lo distingue non è solo la conformazione fisica, ma soprattutto il carattere: sicuro di sé, affettuoso, desideroso di compiacere, ma mai sottomesso. È un cane che si lega in modo profondo alla propria famiglia e che, se correttamente educato, sa essere equilibrato anche nei confronti degli estranei.
L’American Staffordshire Terrier non è un cane da scegliere per moda o per apparenza. È un compagno che chiede consapevolezza, rispetto e responsabilità. In cambio offre una presenza autentica, una fedeltà senza condizioni e un amore schietto, privo di secondi fini.
Forse è proprio questo il suo messaggio più forte: che la vera forza non ha bisogno di essere temuta, e che la dolcezza più sincera spesso abita dove il pregiudizio ci ha insegnato a non guardare. Conoscerlo davvero significa imparare a sospendere il giudizio, e scoprire che dietro un corpo potente può battere un cuore straordinariamente gentile.
Favria, 6.06.2026 Giorgio Cortese
6 giugno 1944
Avviene lo Sbarco in Normandia. Fu decisivo per la liberazione dell’Europa.
Buona giornata. Ama e proteggi la Terra che ci sostiene. Felice sabato.
Temperanza: la virtù che libera la politica dalla tirannia
In un mondo dominato da conflitti, estremismi e scontri continui, la virtù della temperanza appare quasi dimenticata. Anche la dialettica politica sembra preda dell’intemperanza: l’urlo prevale sul ragionamento, l’estremismo verbale sui valori positivi. La violenza dei social amplifica questa deriva, mostrando come pulsioni autoritarie possano emergere anche nelle democrazie più consolidate.
In questo contesto, è difficile persino nominare la temperanza. È forse la virtù più screditata e inattuale: confusa con remissività, condiscendenza e talvolta assimilata all’ipocrisia. Virtù borghese per eccellenza, non ha nulla di eroico, richiama la mediazione e appare poco attraente in un’epoca che esalta l’eccesso come motore dell’azione politica. Eppure, la temperanza non è passività: è una virtù attiva, necessaria per resistere alla tentazione del potere assoluto e per governare le proprie pulsioni. Già Platone intuiva che, anche nelle democrazie, la tentazione autoritaria dorme sotto la superficie, pronta a risvegliarsi quando la libertà viene vissuta come assenza di limiti, degenerando in arbitrio. La temperanza insegna a riconoscere i limiti, a contenere i desideri che spingono all’eccesso e a evitare l’autodistruzione. La letteratura e l’arte ne hanno celebrato l’importanza: dagli affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni all’allegoria del Buon Governo di Lorenzetti a Siena, fino alle riflessioni di grandi pensatori classici e moderni. Ovunque, essa appare come presupposto della convivenza e della stabilità: una virtù che, nel silenzio della misura, mantiene la polis libera dalla tirannia. Solo chi accetta di rinunciare a qualcosa può resistere alle pulsioni che conducono alla distruzione. La temperanza non è rinuncia, ma libertà: la capacità di vivere con equilibrio, governando il desiderio senza esserne schiavi, e garantendo che la democrazia non si pieghi all’eccesso ma fiorisca nella misura.
Favria 7.06.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Sorridiamo alle piccole cose e troveremo la felicità. Felice domenica.
7 giugno 1099
Inizia l’assedio di Gerusalemme della Prima Crociata.
Il volto che cambia
Più passano i giorni dal lockdown, più ci sembra difficile ricordare davvero quei momenti. La pandemia sembra lontana, eppure alcune cose ci riportano subito indietro: una mascherina, mani lavate di fretta, distanze rispettate o ignorate.
Le mascherine hanno cambiato il modo in cui ci guardiamo e come gli altri ci vedono. Il volto, prima simbolo del nostro carattere, diventa ora uno strumento in movimento. Non è più solo immagine, ma un modo per comunicare, per muoverci tra gli altri e con noi stessi.
Ogni gesto quotidiano, aggiustare la mascherina, spostarla sul naso, pulire gli occhiali appannati, ci ricorda che il volto non è più un semplice segno esteriore. È parte di un corpo che vive e si adatta, che dialoga con gli altri e con l’ambiente intorno a noi.
Forse ci stiamo avvicinando a un tempo in cui identità e volto non coincidono più come prima. Dove ciò che mostriamo non è tutto: conta anche ciò che sentiamo, ciò che facciamo, ciò che impariamo a riconoscere in noi stessi. Possiamo subire questi cambiamenti o usarli per capire meglio chi siamo e come ci relazioniamo con gli altri.
E allora, in fondo, la lezione è chiara e profonda: non è il volto che definisce chi siamo, ma la capacità di osservare, comprendere e modellare la nostra identità ogni giorno, tra gesti, relazioni e riflessioni. In questo dialogo con noi stessi e con il mondo, scopriamo il senso vero di ciò che significa essere umani.
Favria 8.06.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Sii libero e profondo come il mare. Felice lunedì
8 giugno 793 d.C
I vichinghi attaccano Lindisfarne. È considerato l’inizio dell’epoca vichinga.
Dona il plasma, dona una possibilità in più.
Ogni donazione di plasma può aiutare concretamente chi affronta cure importanti e necessita di farmaci salvavita. Bastano circa 40 minuti del tuo tempo per compiere un gesto semplice, sicuro e di grande valore.
La donazione avviene tramite plasmaferesi: attraverso un normale ago da donazione, il sangue viene prelevato e inserito in un separatore cellulare che, grazie alla centrifugazione, raccoglie soltanto il plasma. La restante parte del sangue viene restituita immediatamente al donatore durante la procedura.
Per evitare la coagulazione all’interno dell’apparecchiatura viene utilizzata una minima quantità di anticoagulante. In alcuni casi si possono avvertire lievi sensazioni temporanee, come un leggero formicolio alle labbra o alle dita oppure una sensazione di freddo: il personale sanitario sarà sempre presente per assisterti e garantire il massimo comfort e sicurezza.
Prima della donazione è importante idratarsi correttamente nei giorni precedenti.
Chi può donare?
Possono donare plasma le persone che rispettano i seguenti requisiti: età compresa tra 18 e 60 anni, fino a 12 plasmaferesi all’anno. età compresa tra 61 e 65 anni, fino a 6 plasmaferesi all’anno.)
Valori minimi di emoglobina: Uomo: ≥ 12,5 g/dl (≥ 12,0 g/dl se portatore di tratto talassemico) Donna: ≥ 11,5 g/dl (≥ 11,0 g/dl se portatrice di tratto talassemico)
Ogni donazione permette di raccogliere circa 600 ml di plasma, secondo quanto previsto dalla normativa vigente.
Il plasma non si produce in laboratorio: nasce solo dalla generosità delle persone.
Il tuo gesto può diventare una cura, una speranza, un aiuto concreto per chi ne ha bisogno.
Per i donatori di Favria per prossime donazioni per prenotare a Rivarolo C.se, Ciriè oppure in via Ponza a Torino cell. 3331714827