Le prime bombe a mano di Venezia: l’innovazione militare del XVI secolo
Nel XVI secolo, Venezia introdusse un’arma che sarebbe stata rivoluzionaria per il combattimento ravvicinato: una forma primitiva di bomba a mano. Composta da un guscio metallico riempito di polvere nera e dotato di miccia esterna, questa invenzione veniva impiegata sia dai fanti che dagli armati di bordo, diventando uno strumento fondamentale negli assalti a distanza ravvicinata e negli spazi ristretti, come le strette calli cittadine o i ponti delle navi.
L’arma, seppur rudimentale rispetto agli standard moderni, prefigurava le granate dei secoli successivi, introducendo il concetto di esplosivo portatile e di impiego strategico della potenza distruttiva in ambienti limitati. La sua efficacia derivava non solo dalla capacità di causare danni materiali, ma anche dall’effetto psicologico che provocava tra gli avversari: il rumore, la fiamma e l’imprevedibilità del colpo aumentavano il terrore durante gli assalti, dando un vantaggio tattico significativo ai veneziani. Questa innovazione militare riflette la capacità di Venezia di combinare ingegno tecnico e strategie di guerra avanzate, elementi che contribuirono alla sua reputazione di potenza marittima dominante nel Mediterraneo. L’uso delle prime bombe a mano mostra come la creatività umana possa trasformare strumenti semplici in armi capaci di cambiare l’andamento di una battaglia. La storia della bomba a mano veneziana ci ricorda che l’innovazione nasce spesso dalla necessità e dall’ingegno di chi sa affrontare limiti e pericoli. Come nelle scienze e nelle arti, anche nel conflitto, la capacità di osservare, inventare e adattarsi può determinare la differenza tra fallimento e successo. Ogni piccolo progresso, se guidato dall’intelligenza e dalla strategia, può aprire la strada a grandi trasformazioni.
Favria, 10.03.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata! Oggigiorno ogni nuovo inizio è un atto di coraggio condiviso. Felice martedì!
10 Marzo 1994
In Germania viene abrogato il Paragrafo 175 del Codice penale che dal 15 maggio 1871 sanzionava penalmente i rapporti di tipo omosessuale fra maschi.
Tra i tulipani di Favria la primavera prende colore,
il vento sfiora i petali e racconta la terra del Canavese,
un piccolo angolo d’Olanda che fiorisce vicino a casa.
Leningrado sola andata. Gli spagnoli della Division Azul nell’inferno del fronte orientale
Juan José Sanz Jarque era ancora minorenne quando ricevette il battesimo del fuoco sulla neve russa. Veterano spagnolo del fronte orientale, ricorda così quei giorni: «Ci scaldavamo e dormivamo nelle case del villaggio, quando fummo svegliati dall’artiglieria sovietica. Un inferno a cui è seguito l’attacco della fanteria». «I russi erano coraggiosi e l’inverno era il nostro peggior nemico: il ghiaccio sul carburatore era più pericoloso dei caccia nemici», racconta invece un pilota spagnolo impegnato sul fronte di Leningrado. Sono le testimonianze di alcuni dei pochi iberici sopravvissuti a uno dei fronti più estesi e sanguinosi della storia della guerra: il Fronte orientale, dove milioni di uomini di varie nazionalità combatterono la sale guerre, la “sporca guerra”, tra la Germania nazista, sostenuta dagli alleati, e l’Unione Sovietica, che difendeva il proprio territorio dall’invasione della Wehrmacht di Hitler.
La Spagna era presente con la 250ª Infanterie-Division, spanische, schierata con l’esercito tedesco e passata alla storia come Division Azul. Per un anno e mezzo combatté tra Volkhov e Krasny Bor, anonimi villaggi sulla strada per Leningrado.
Era il febbraio del 1943, terzo anno dell’Operazione Barbarossa. I comandi sovietici, galvanizzati dalla recente vittoria di Stalingrado, tentarono il colpaccio: liberare Leningrado accerchiando il Gruppo Armate Nord della Wehrmacht. L’azione fallì, ma costò oltre 300.000 morti in due mesi. La Wehrmacht, pur ferita a Stalingrado, teneva ancora molte città russe in una morsa d’acciaio, e tra queste la più importante era proprio Leningrado.
Stanchi, semi congelati da temperature che superavano i –30 gradi, spesso impossibilitati a usare le mani anche per i gesti più semplici, soldati provenienti da Madrid, Barcellona, dall’assolata Andalusia e persino dal Portogallo si trovavano nelle trincee ad affrontare la disperata reazione russa all’invasione tedesca. Dall’autunno del 1941 la Division Azul combatteva spesso casa per casa contro un nemico che, inizialmente sorpreso, era presto diventato duro, determinato e spietato.
Ogni metro conquistato o perduto costava un numero incalcolabile di morti, affondati e poi sepolti dalla neve che cadeva incessante in un’atmosfera opalescente. Freddo e paura rendevano la morte augurabile. Per la maggior parte di loro, ignari della guerra europea, il viaggio verso Leningrado fu davvero un viaggio di sola andata. In quella marcia selvaggia, ricordava un superstite, si persero 3.013 uomini. L’equipaggiamento fornito dai tedeschi nei primi mesi era inadeguato al clima micidiale. Il gelo era un nemico insidioso quanto i cecchini nascosti nelle foreste: entrambi uccidevano quando meno te lo aspettavi, mentre si mangiava o si tentava di dormire qualche ora prima di riprendere la marcia sulla neve dura che scricchiolava sinistramente sotto gli scarponi.
Anche la geografia trasformava il fronte in un inferno: immense foreste e paludi erano luoghi di sofferenza e morte, come il grande bosco di Myasny Bor, nei pressi di Novgorod, teatro di scontri feroci. Ancora oggi, tra i tronchi contorti, affiorano elmetti, bombe, mine e residuati bellici. Gli anziani del posto giurano che nelle notti di tempesta si sentano ancora urla in russo, tedesco, italiano e spagnolo.
Per ventiquattro mesi i due eserciti si batterono strenuamente sulla linea di Leningrado. I veterani della Division Azul non hanno dimenticato la sofferenza dei vivi che invidiavano i morti, il fiume di sangue che arrossava la neve a Novgorod, Ilmen, Possad, Tschechulino e Volkhov. Leningrado era a cento chilometri, ma restava irraggiungibile.
Qualcuno sopravvisse per raccontare quell’inferno. Ricordano ancora le parole del comandante, il generale Agustín Muñoz Grandes, ai superstiti dopo la prima battaglia: «La vittoria è stata possibile solo grazie alla capacità con cui gli spagnoli sono sfuggiti all’accerchiamento per poi contrattaccare, pur al prezzo di alte perdite». Era il dicembre 1941. Sembrava che la loro marcia potesse arrivare a Leningrado, ma era solo l’inizio.
Volkhov divenne leggenda tra gli “ispanski”, come i russi chiamavano quei soldati in uniforme tedesca, e in Spagna, dove la propaganda franchista esaltava l’eroismo del fante iberico contro il “cancro bolscevico”. Combattevano con i tedeschi, ma senza dimenticare chi erano: «Volavamo sempre con la bandiera rosso-gialla sulla fusoliera», ricordava un pilota della Escuadrilla Azul.
In totale circa 50.000 uomini si alternarono in Russia in tre turni da 16.000. La Divisione era composta da tre reggimenti di fanteria e uno di artiglieria. I piloti, meno di venti, operavano in cinque squadriglie. Erano pochi, ma celebri al punto da essere citati dallo stesso Hitler nel gennaio 1942: «La Divisione Española ha combattuto con valore esemplare sul fronte del Volkhov».
Valorosi fino alla spavalderia, combattevano come se difendessero la loro terra, ma erano al seguito delle armate di invasione di un altro Paese. La Spagna non aveva dichiarato guerra all’Urss ed era ufficialmente neutrale. Quegli uomini erano mercenari di Stato, inviati a saldare il debito politico di Franco verso Roma e Berlino per l’aiuto ricevuto durante la guerra civile.
Arruolati sotto lo slogan “Rusia es culpable!”, furono addestrati a Grafenwöhr secondo le regole della Wehrmacht e prestarono giuramento non alla Spagna, ma direttamente a Hitler. Indossarono l’uniforme tedesca, lo Stahlhelm e combatterono come soldati dello Heer. Eppure mantennero una loro forte identità, fatta di fervore religioso, spirito cavalleresco e cameratismo.
Un ufficiale tedesco li descrisse così: «Non sembrano soldati moderni, si battono come crociati». Gli alleati intercettarono rapporti che li definivano indisciplinati, ma feroci in combattimento. Parlano ad alta voce in trincea, fraternizzano con gli ufficiali, ma quando arriva l’assalto combattono fino all’ultimo uomo.
Tra il 1942 e il 1943 la presenza della Division Azul divenne un peso per lo stesso Franco. Le pressioni alleate e la sconfitta tedesca a Stalingrado cambiarono il corso della guerra. Ma ormai il destino degli spagnoli sul fronte di Leningrado era segnato.
Il 10 febbraio 1943, a Krasny Bor, 3.000 spagnoli furono travolti dall’offensiva sovietica “Stella Polare”. Mille cannoni martellarono le posizioni, poi avanzarono 38.000 soldati russi. «Alle sei del mattino l’inferno si aprì», raccontò il sergente Rodríguez “Vidal. Pensai che nessuno sarebbe sopravvissuto”. La neve era rossa e fumante, i russi avanzavano a ondate gridando “Urrà!”. Le munizioni scarseggiavano, ma nessuno si ritirò. Quando l’eco dei cannoni tacque, sulla neve restarono migliaia di corpi senza nome. Per molti di quei ragazzi venuti da Madrid, Siviglia e Barcellona, la Russia non fu mai una terra nemica, ma solo l’ultimo orizzonte visto prima di morire. Combatterono per una guerra che non era la loro, giurarono fedeltà a un dittatore straniero e pagarono un debito politico con il sangue. Oggi, tra le foreste del Volkhov e le paludi di Myasny Bor, riaffiorano ancora elmetti, ossa e residuati bellici. Sono le ultime tracce di una divisione dimenticata, di mercenari di Stato mandati a combattere nel gelo per una bandiera che non era la loro. E nella neve di Leningrado, che per loro fu davvero un viaggio di sola andata, riposa una delle pagine più oscure e tragiche della storia europea.
Favria, 11.03.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata! Oggigiorno prendiamoci un momento per riconoscere quanto lontano siamo arrivati. Felice mercoledì!
11 Marzo 1864
A causa di un forte vento di burrasca, crolla la diga appena costruita a nordovest della città inglese di Sheffield. Tre milioni di metri cubi d’acqua spazzano via ponti e villaggi: 238 le vittime.
A Favria la primavera fiorisce tra i tulipani, un piccolo angolo d’Olanda tra le colline del Canavese!
Angora turco: eleganza antica e spirito libero.
L’Angora Turco è uno di quei gatti che affascinano immediatamente per la bellezza raffinata, ma che conquistano davvero solo quando si impara a rispettarne il carattere profondamente felino. È un grande gatto dal portamento elegante, dallo sguardo vigile e intelligente, ma soprattutto dotato di un temperamento deciso, indipendente e pieno di vitalità. Accetta volentieri la compagnia dell’uomo, ama la relazione e il gioco, ma non rinuncia mai alla propria autonomia: non è un gatto che si lascia possedere, bensì uno che sceglie. Sa cavarsela da solo in ogni situazione, non teme confronti e affronta l’ambiente con sicurezza. È allegro, curioso, sempre in movimento, animato da un desiderio costante di scoperta e da una forte attrazione per il mondo esterno. La natura lo chiama, lo stimola, lo invita a esplorare. È un gatto che ama giocare, osservare, sperimentare: con lui la routine non esiste, perché ogni giornata può trasformarsi in un’avventura. Le origini dell’Angora Turco sono antiche e affascinanti. Si ritiene che provenga dalla città di Angora, l’attuale Ankara, da cui ha preso il nome. Già nel Seicento alcuni esemplari arrivarono in Europa grazie a viaggiatori come l’italiano Pietro Della Valle e il francese Nicolas-Claude Fabri de Peiresc. Il successo fu immediato, soprattutto tra le classi più abbienti: era infatti la prima vera razza a pelo lungo conosciuta nel Vecchio Continente, simbolo di esotismo ed eleganza. Con il passare dei secoli, tuttavia, la razza originale si perse, confusa con altri gatti a pelo lungo. Solo negli anni Sessanta del Novecento l’Angora Turco venne riscoperto, quando alcuni allevatori americani ottennero dal governo turco il permesso di esportare pochi esemplari selezionati. Da questi soggetti nacque la razza ufficialmente riconosciuta come “Angora Turco”, distinta dal generico e improprio “gatto d’Angora” usato in passato. Per molto tempo l’Angora è stato riconosciuto esclusivamente nella varietà bianca, che resta tuttora la più iconica e rappresentativa. In seguito, l’apertura dello standard ad altre colorazioni ha permesso di valorizzare la ricchezza genetica della razza e di ridurre problemi importanti come la sordità, frequente nei gatti bianchi con occhi blu. Oggi l’Angora Turco è una razza più equilibrata e tutelata, pur mantenendo intatta la sua identità originaria. L’Angora Turco è il simbolo di un equilibrio sottile: quello tra bellezza e carattere, tra vicinanza e libertà. Vivere con lui significa accettare che l’amore autentico non nasce dal controllo, ma dal rispetto. È un gatto che ci ricorda una verità semplice e spesso dimenticata: i legami più profondi non imprigionano, ma lasciano spazio di esistere.
Favria, 12.03.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata! Oggigiorno la nostra autenticità è la nostra forza più grande. Felice giovedì!
12 Marzo 1930
Gandhi guida la Marcia del sale, protesta non violenta contro la tassa imposta dall’Impero britannico e il suo monopolio: 300 km fino al mare per raccogliere un simbolico pugno di sale.
I tulipani di Favria sussurrano storie di vento e terra, un frammento d’Olanda vicino a casa
Taiwan.
La storia di Taiwan è profondamente legata alla sua posizione strategica nel cuore dell’Asia orientale, lungo rotte commerciali che collegano Cina, Giappone, Corea, Sud-Est asiatico e Stati Uniti. Proprio per questo l’isola, un tempo chiamata Formosa, è stata al centro di continui interessi e contese.
Nel Seicento, dopo la caduta della dinastia Ming, molti suoi sostenitori si rifugiarono sull’isola, avviando una forte migrazione cinese. I nuovi imperatori Qing, intenzionati a eliminare le ultime resistenze Ming, conquistarono Taiwan nel 1683 e la incorporarono nell’Impero. Nonostante ciò, le popolazioni aborigene continuarono a resistere nelle zone interne e l’amministrazione cinese non riuscì mai a controllare completamente il territorio.
Alla fine dell’Ottocento, il Giappone, ormai potenza moderna e ambiziosa, sconfisse la Cina nella Prima guerra sino-giapponese e occupò Taiwan. I giapponesi introdussero profonde riforme e modernizzazioni, ma imposero anche la loro cultura e una dura politica coloniale. L’isola rimase sotto Tokyo fino al 1945, quando, con la fine della Seconda guerra mondiale, tornò alla Cina.
Subito dopo, però, il Paese fu travolto dalla guerra civile tra nazionalisti e comunisti. Nel 1949 Mao Zedong prese il controllo della Cina continentale, mentre Chiang Kai-shek si ritirò a Taiwan e vi stabilì il governo della Repubblica di Cina. Da quel momento esistettero due “Cine” rivali, separate da uno stretto carico di tensioni e scontri diplomatici. Gli Stati Uniti sostennero Taipei, mentre la Cina comunista continuò a rivendicare l’isola come parte del proprio territorio.
Nel XXI secolo Taiwan è diventata una delle economie più avanzate al mondo, soprattutto grazie all’industria dei semiconduttori e dei microchip, oggi fondamentale per la tecnologia globale. Questo ruolo rende l’isola ancora più contesa: Pechino insiste sulla riunificazione, mentre Washington difende l’autonomia taiwanese.
Le recenti esercitazioni militari e la politica sempre più aggressiva della Cina alimentano il timore di un possibile conflitto. Taiwan rimane così un piccolo territorio con un peso enorme, sospeso tra la sua storia complessa e gli equilibri geopolitici del presente.
Favria, 13.06.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata! Oggigiorno lasciamo che la gratitudine colori le nostre giornate. Felice venerdì!
13 Marzo 1881
Lo zar Alessandro II viene ucciso da una bomba lanciata dal rivoluzionario bielorusso Ignatij Grinevickij. Sul luogo dell’attentato viene eretta la chiesa del Salvatore sul Sangue Versato.
Tra i colori dei tulipani, Favria diventa un giardino olandese nel cuore del Canavese
Pi Day: celebrare l’infinito nel cuore della matematica
Ogni 14 marzo, matematici, studenti e appassionati di numeri in tutto il mondo si fermano a riflettere su una delle costanti più affascinanti della storia: π, il pi greco. Questa giornata non è solo un’occasione per assaporare torte, le celebri “pie”, ma è soprattutto un momento per celebrare la meraviglia della matematica, l’ingegno umano e la curiosità che ci spinge a esplorare l’universo dei numeri.
Il pi greco è un numero infinito, irrazionale, imprevedibile. Il suo valore, 3,14159… continua senza ripetersi mai, senza mai fermarsi, proprio come il nostro desiderio di conoscenza. Lo incontriamo ovunque: nelle geometrie perfette dei cerchi, nelle rotazioni dei pianeti, nella simmetria delle onde, nella musica e persino nella vita quotidiana, anche quando non ce ne accorgiamo. Celebrare il Pi Day significa riconoscere che la matematica non è solo calcolo e formule, ma è linguaggio universale, poesia dell’universo e chiave per comprendere il mondo.
Il Pi Day ci ricorda anche quanto sia importante coltivare la curiosità e la meraviglia. Così come il pi greco non si lascia mai esaurire in una cifra, anche la conoscenza e la creatività umana non conoscono limiti. Ogni scoperta apre nuove domande, ogni soluzione rivela nuovi misteri. Celebrando π, celebriamo quindi anche il viaggio infinito della mente umana, capace di guardare oltre l’ovvio, di immaginare l’inimmaginabile e di costruire ponti tra matematica, arte, scienza e filosofia.
E se c’è una lezione che il pi greco ci lascia, è questa: la vita, come i numeri di π, è infinita nelle possibilità e nelle sfumature. Non possiamo conoscerla tutta, non possiamo prevedere ogni sua cifra, ma possiamo imparare a stupirci, a rispettarne la complessità e a godere della bellezza di ogni momento. In un mondo che spesso cerca certezze, π ci ricorda che la meraviglia risiede nell’infinito, e che la curiosità è il più prezioso degli strumenti per avvicinarsi a ciò che non conosciamo.
Così, mentre assaporiamo una fetta di torta o ci perdiamo nei calcoli, ricordiamoci: pi greco non è solo un numero, è un invito a guardare oltre i limiti, a cercare l’infinito e a non smettere mai di stupirci.
Favria, 14.03.2026 Giorgio Cortese
14 marzo – Pi Day (giornata del Pi greco)
Buona giornata! Oggigiorno celebriamo la meraviglia dell’universo, persino nei numeri. Felice sabato!
14 Marzo 1848
Dopo aver istituito i consigli comunali e provinciali, la consulta di Stato e la Guardia civica, papa Pio IX concede la costituzione ai territori soggetti allo Stato Pontificio.
La primavera a Favria danza sui petali dei tulipani, portando l’Olanda a un passo da noi.
Il Purgatorio: tra dottrina, storia e esperienza dell’anima
Il Purgatorio non è più parte della fede comune. Per molti, è confinato nelle terzine di Dante, reliquia di un Medioevo lontano: fuochi simbolici, anime penitenti, indulgenze da mercato. Una dottrina spesso percepita come strumento di controllo, utile a tenere a freno i vivi e a lucrare sui morti. Espulso dalla liturgia, dimenticato dalla teologia e assente dai Vangeli, il Purgatorio sembra svanito. Eppure, inspiegabilmente, continua a farsi sentire: nei giorni sospesi, nelle avversità, nei rimorsi che non guariscono.
Non possiamo liquidarlo come semplice invenzione dottrinaria: esso nasce dall’idea che l’anima imperfetta abbia bisogno di un tempo supplementare per purificarsi, un cammino interiore in cui riconoscere i propri limiti, accogliere i propri errori e imparare a cambiare. Anche privi di fede, ci troviamo immersi in un “purgatorio” quotidiano: i conflitti interiori, le colpe rimaste insolute, le fratture nei rapporti umani. È qui che il Purgatorio dimostra la sua funzione più profonda: non punire, ma trasformare.
Storicamente, il concetto di Purgatorio si sviluppa a partire dal VI secolo con Agostino e Gregorio Magno, fino a consolidarsi nel XIII secolo, con il termine latino Purgatorium e il riconoscimento ufficiale dei concili ecclesiastici. Esso rappresenta una terza via tra Paradiso e Inferno: un luogo intermedio, una “seconda possibilità” per l’anima imperfetta. Nel Medioevo, questa visione si materializzò in luoghi concreti: dall’Etna in Sicilia, simbolo di un purgatorio infernale che punisce ma salva, alla grotta irlandese di San Patrizio, dove il pellegrino vive una purificazione mistica e contemplativa.
Il Purgatorio medievale non fu solo luogo dell’immaginario religioso: la sua istituzione influenzò la vita sociale e culturale, plasmando pratiche come la confessione privata, le penitenze, le messe di suffragio, le opere pie e le indulgenze. La Chiesa, pur intervenendo a volte con motivazioni di potere, offriva ai fedeli strumenti concreti per sentirsi parte attiva della propria salvezza. La vita quotidiana e l’aldilà si intrecciavano, la misericordia si conciliava con la giustizia, la speranza con la responsabilità personale.
Al di là degli aspetti confessionali, il Purgatorio ha radici profonde anche nella cultura classica. Virgilio, Pitagora e Platone avevano già immaginato cicli di purificazione dell’anima, e l’Ade greco distingue tra punizione e beatitudine. Dante, raccogliendo questa tradizione, trasforma l’idea in un paesaggio concreto: la sua montagna del Purgatorio diventa metafora del cammino umano verso la redenzione.
Con la Riforma protestante, il concetto di Purgatorio fu contestato, rifiutato come invenzione umana e strumento di mercificazione spirituale. La salvezza, secondo Lutero e Calvino, è immediata e dipende unicamente dalla fede, senza pene temporanee né intercessioni. Il Concilio di Trento riaffermò invece l’esistenza del Purgatorio, confermando il ruolo della Chiesa nell’assistere le anime nel loro cammino di purificazione.
Così, sebbene la percezione religiosa del Purgatorio sia oggi più labile, la sua essenza permane: un luogo simbolico e interiore in cui confrontarsi con se stessi, riconoscere i propri errori e accogliere la possibilità di cambiare. Il Purgatorio, più che un luogo fisico, è un’esperienza dell’anima, un tempo sospeso tra colpa e speranza, tra giustizia e misericordia. Il Purgatorio, quindi, non è semplicemente un’invenzione della Chiesa o una reliquia letteraria. È una metafora della condizione umana: imperfetta, incerta, sempre in bilico tra errore e redenzione. Come l’anima che deve confrontarsi con i propri limiti, così l’uomo nella vita deve fare i conti con se stesso, con i rimpianti e le contraddizioni che lo abitano. Esiste un fuoco che purifica senza distruggere, un tempo per la riflessione e la trasformazione interiore. Credere o meno nella sua dimensione ultraterrena importa meno della sua funzione esistenziale: ricordarci che la salvezza non è immediata, che la crescita richiede pazienza, consapevolezza e coraggio. Il Purgatorio è, in definitiva, il luogo dove l’anima impara a riconciliarsi con se stessa, dove l’errore diventa scuola, e il dolore, ma anche l’amore, possono diventare strumenti di rinascita.
Favria, 15.03.3036 Giorgio Cortese
Buona giornata. Certi giorni custodiamo la speranza e non molliamo, perché la gioia arriva quando meno ce l’aspettiamo. Felice giovedì.
15 Marzo 1983
Filippo Montesi, marinaio di leva del battaglione San Marco, viene ucciso in un’imboscata sulla via dell’aeroporto di Beirut nel corso della missione italiana di pace in Libano.
Ogni tulipano di Favria è un piccolo ponte tra il Canavese e i fioriti paesaggi olandesi.
La scacchiera della vita
Gli scacchi non sono soltanto un gioco. Sono una grammatica dell’intelligenza, una disciplina della pazienza, una scuola di responsabilità. Ogni mossa apre possibilità e ne chiude altre, ogni decisione costruisce un futuro che non potrà più essere cambiato. Sulla scacchiera, come nella vita, non esistono gesti neutri: anche l’attesa è una scelta. Per questo gli scacchi sono spesso stati considerati una metafora dell’esistenza. C’è un inizio uguale per tutti, con i pezzi disposti nello stesso ordine, come se il destino offrisse a ciascuno la medesima struttura di partenza. Poi, però, tutto cambia. Il carattere, l’intuizione, il coraggio e la paura trasformano una partita in mille partite diverse.
Il pedone insegna l’umiltà del passo breve, la forza della costanza, la possibilità di diventare altro. L’alfiere percorre lunghe diagonali come chi guarda lontano e sceglie strade oblique. Il cavallo avanza con salti imprevedibili, ricordandoci che non tutto procede in linea retta. La torre costruisce difese, la regina incarna la libertà del movimento, il re rappresenta ciò che davvero conta proteggere.
Giocare a scacchi significa imparare a convivere con le conseguenze. Una mossa avventata può compromettere l’intera partita, mentre una scelta prudente può salvare una posizione disperata. Non si vince per forza, ma si impara sempre. E ogni sconfitta, se osservata con onestà, diventa una lezione.
C’è poi un altro aspetto, più silenzioso e profondo: il gioco crea uno spazio interiore. Quando la mente segue le linee della scacchiera, il tempo rallenta, il rumore del mondo si attenua. Restano solo le figure, le possibilità, il dialogo muto con se stessi. È un esercizio di concentrazione, ma anche di introspezione.
In questo senso gli scacchi non allenano soltanto la logica: allenano la coscienza. Insegnano a prevedere, a rinunciare, a sacrificare per un bene più grande. Insegnano che non si può controllare tutto, ma si può scegliere come giocare la propria partita.
La vita, come una partita a scacchi, non si può ricominciare. Ogni mossa resta scritta sulla scacchiera del tempo. Ma finché il re è in piedi, finché resta una possibilità, il gioco continua. E continuare a giocare significa continuare a pensare, a sperare, a immaginare.
Forse è questo il valore più alto degli scacchi: ricordarci che siamo esseri finiti, dentro regole che non abbiamo scelto, ma capaci di libertà dentro quei confini. E che la vera vittoria non è dare scacco matto all’altro, ma non smettere mai di giocare con lucidità, dignità e coraggio.
Favria, 16.03.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata! Oggigiorno ogni passo verso la luce vale più di mille pensieri al buio. Felice lunedì!
16 Marzo 1424
Viene fondata la Lega Grigia, la prima delle Tre Leghe, con la Lega Caddea e quella delle Dieci Giurisdizioni, che formano l’odierno Canton Grigioni della Confederazione elvetica.
Favria in fiore: tulipani che raccontano il vento, la terra e un sogno d’Olanda.
27 marzo: pochi minuti per te, una vita che continua per qualcuno
Ci sono gesti silenziosi che cambiano tutto. Donare il sangue è uno di questi. Non fa rumore, non chiede applausi, ma può fare la differenza tra l’attesa e la speranza, tra una difficoltà e una nuova possibilità.
La risposta dei donatori è stata forte: per la data del 27 febbraio i posti sono quasi tutti occupati. Un segnale bellissimo di partecipazione. Per chi non è riuscito a prenotare, o per chi desidera fare la propria parte, c’è un’altra occasione importante da segnare in agenda:
Venerdì 27 marzo, dalle 8:00 alle 11:20, a Favria, nel cortile interno del Comune, si terrà la donazione di sangue intero.
Donare significa esserci quando conta davvero. Significa diventare una possibilità in più per un bambino che affronta cure delicate, per chi attende un intervento urgente, per chi ha visto la propria quotidianità fermarsi all’improvviso. In pochi minuti, il tuo gesto può trasformarsi in respiro, forza, continuità. Il sangue donato non è solo una risorsa sanitaria: è tempo restituito, è futuro che riparte, è speranza concreta nelle mani di chi sta aspettando.
Accanto alla donazione di sangue intero, è possibile informarsi anche sulla donazione di plasma, fondamentale per molte terapie salvavita, per patologie croniche e immunodeficienze. È una procedura sicura, controllata e altrettanto preziosa.
Per partecipare è necessario prenotare e presentarsi con un documento d’identità.
Per informazioni e prenotazioni: cell. 333 1714827 oppure tramite mail: favria@fidasadsp.it
A volte non servono grandi gesti. Basta scegliere di esserci. Il 27 marzo può essere il giorno in cui fai la differenza.