L’estate, in Val Soana, non arriva mai tutta insieme. Si annuncia con discrezione, quasi chiedesse il permesso di entrare. Sale lentamente dai castagneti del fondovalle, percorre le antiche mulattiere di pietra, attraversa i boschi di faggi e di larici, dove l’aria profuma di resina e di muschio, e infine raggiunge gli alti pascoli, dove il vento porta ancora il respiro della neve sciolta.
Lassù il tempo ha un passo diverso. Non corre, cammina. Si misura con il volo della poiana, con il fischio della marmotta nascosta tra le rocce, con il mormorio dei torrenti che scendono impetuosi dalle montagne e con il suono lento dei campanacci che si rincorrono da un versante all’altro.
Fu in una limpida mattina di luglio che un turista arrivato da Torino imboccò il sentiero che conduceva a un vecchio alpeggio. Aveva letto che lassù si produceva ancora la toma come una volta, con il latte appena munto e la pazienza di gesti antichi. Cercava un po’ di fresco, qualche fotografia e una giornata diversa. Non immaginava che avrebbe trovato una lezione di vita.
Quando il bosco si aprì, davanti ai suoi occhi comparvero i prati d’altura: un mare verde punteggiato di genziane, campanule, arnica e bottoni d’oro. Le api ronzavano instancabili tra i fiori, mentre una brezza leggera faceva ondeggiare l’erba dei pascoli come le onde di un lago.
Più in alto, le cime del Gran Paradiso brillavano ancora di neve.
L’aria era frizzante e pulita, piena dei profumi della montagna: il timo serpillo nascosto tra le pietre, la genziana dal sapore antico, il rododendro che colorava i pendii e l’artemisia che diffondeva il suo aroma selvatico.
Avvicinandosi alle baite, il turista sentì altri profumi, quelli della vita dell’alpeggio: il latte appena munto, il legno delle stalle, le tome lasciate riposare sulle assi, il burro appena lavorato e il salignun, la tipica ricotta aromatizzata con erbe e spezie che da generazioni accompagnava le tavole delle famiglie di montagna.
Davanti alla baita sedeva Agostino. Indossava un vecchio cappello di feltro e teneva le mani appoggiate al bastone. Erano mani grandi, segnate dal tempo: mani che avevano sistemato sentieri, costruito muretti di pietra, curato animali e accompagnato per decenni il ritmo delle stagioni.
Quando vide il forestiero, sorrise: «Si sieda un momento. Qui il tempo non si misura con l’orologio.»
Il turista si sedette accanto a lui. Nessuno parlò per qualche istante. In montagna il silenzio non pesa: è parte della conversazione.
Fu Agostino a romperlo: «Lei vede dei prati. Io vedo sessant’anni di estati.»
Il turista lo guardò incuriosito: «Ogni primavera» continuò il vecchio «noi salivamo all’alpe qualche giorno prima della mandria. Dopo l’inverno trovavamo foglie, rami e pietre dappertutto. Le baite andavano riaperte, i tetti controllati, gli attrezzi sistemati e i pascoli preparati. Ma il lavoro più importante era sempre uno: ridare vita all’acqua.»
Si alzò lentamente: «Venga.»
Lo accompagnò fino a un vecchio abbeveratoio scavato nella pietra. L’acqua scendeva limpida dalla sorgente, formando piccoli cerchi sulla superficie.
«Oggi basta aprire una valvola. Una volta era diverso. Durante l’inverno i piccoli canali si riempivano di terra, foglie e sassi. Bisognava liberarli con la pala, con la zappa e spesso con le mani. Quando l’acqua tornava a scorrere, sembrava che anche la montagna ricominciasse a respirare.»
In quel momento arrivò Fausto, il figlio, con un secchio di latte appena munto.
«Papà racconta sempre questa storia» disse sorridendo. «Ma ha ragione. Quando finalmente l’acqua arrivava all’abbeveratoio era davvero una festa.»
Poco dopo comparve anche Battistina, con un cesto di tome fresche.
«E quando arrivava l’acqua» aggiunse «cominciava anche il nostro lavoro. Senza il latte non c’era formaggio, ma senza il lavoro delle donne non ci sarebbe stata nemmeno la baita.»
Agostino annuì: «Tua madre lo ripeteva ogni anno. Diceva che una montagna non vive solo con gli animali e i prati, ma con le persone che la custodiscono.»
Il turista ascoltava affascinato. Aveva la sensazione di non trovarsi davanti soltanto a tre persone, ma davanti a una famiglia che custodiva una memoria antica.
All’improvviso un campanaccio risuonò più forte degli altri.
Una mucca avanzava davanti alla mandria: «Lei è Bersagliera» disse Agostino con un sorriso.
«Perché questo nome?» chiese il turista.
«Perché è sempre stata la prima. Quando si saliva all’alpe partiva davanti a tutte. Nessuno glielo aveva insegnato. Conosceva il sentiero, ogni curva, ogni ponte e perfino ogni pietra.»
Fausto rise: «Mio padre dice sempre che Bersagliera conosce la strada meglio di lui.»
«Ed è la verità» rispose Agostino.
La mucca raggiunse l’abbeveratoio. Bevve lentamente, poi alzò il muso e rimase immobile a osservare i prati: «Lo vede?» disse il vecchio. «Ogni anno fa la stessa cosa. Prima beve. Poi guarda la montagna. È come se volesse essere sicura che tutto sia ancora al suo posto.»
Il turista sorrise: «Davvero gli animali ricordano?»
Agostino non ebbe bisogno di pensarci: «Più degli uomini. Noi dimentichiamo in fretta. Loro ricordano le sorgenti, il sapore dell’acqua, l’odore dell’erba e il cammino verso casa.»
Poco distante la mandria pascolava tranquilla.
«Un tempo» spiegò Fausto «le mucche erano accompagnate dal pastore che conosceva ogni animale e ogni angolo della montagna. Oggi molte cose sono cambiate. Il pastore elettronico ci aiuta a controllarle senza togliere loro la libertà del pascolo.»
Ogni giorno il filo elettrico viene spostato, creando una nuova zona dove gli animali possono trovare erba fresca e nutriente.
«E quando cambiamo il recinto» aggiunse Agostino sorridendo «Bersagliera arriva sempre per prima all’abbeveratoio. Poi, una dopo l’altra, arrivano tutte le altre. Lei continua a fare il suo mestiere: guidare la mandria.»
Il sole del meriggio cominciava lentamente a scendere dietro le creste.
L’aria si riempiva del profumo del latte caldo, delle erbe alpine e del fumo che usciva dal camino della baita. Due rondini sfrecciavano sotto il tetto, mentre il torrente Soana e i suoi affluenti continuavano il loro canto antico. Tra i larici il vento muoveva piano i rami, accompagnando il tintinnio dei campanacci e il lontano fischio dei pastori.
Agostino osservò la valle: «Sa perché la monticanza era il giorno più bello dell’anno?»
Il turista scosse la testa: «Perché non portavamo soltanto le mucche all’alpe. Portavamo la vita. Si riaprivano le baite, tornava il fuoco sotto il paiolo del latte, ricominciava il lavoro, i prati si riempivano di campanacci e la montagna smetteva di essere sola.»
Nessuno parlò più. Non ce n’era bisogno.
Quando arrivò il momento di ripartire, Agostino entrò nella baita e tornò con un pezzo di toma avvolto in un panno: «Porti questo a casa.»
«Non posso accettare.»
Il vecchio sorrise: «Accetti. La montagna restituisce sempre qualcosa a chi sale con rispetto.»
Il turista lo ringraziò e riprese il sentiero verso valle. Ogni tanto si voltava.
Vide Bersagliera davanti alla mandria, Agostino, Fausto e Battistina sulla soglia della baita, il filo d’acqua che continuava a riempire l’abbeveratoio e il fumo che saliva lento verso il cielo della sera.
Fu allora che comprese che la montagna non vive soltanto di rocce, boschi e neve.
Vive delle mani che ogni primavera riaprono i sentieri dell’acqua. Vive del passo sicuro di una vecchia mucca che guida ancora la mandria. Vive delle famiglie che continuano a salire agli alpeggi, custodendo gesti antichi con la stessa cura con cui si custodisce una preghiera.
Perché certe eredità non si scrivono nei libri: si imparano camminando dietro chi conosce il sentiero, ascoltando il suono dei campanacci, seguendo il corso di una sorgente e respirando il profumo delle erbe alpine, dell’erba dei pascoli e del latte appena munto.
E finché una Bersagliera aprirà il cammino verso l’alpe e qualcuno, davanti a una baita, avrà ancora il desiderio di raccontare queste storie, la Val Soana continuerà a rinascere ogni estate, proprio come ha sempre fatto.
Giorgio Cortese
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