NOVELLA VALLE SOANA. Il sentiero delle genziane.
Racconti di memoria e radici

NOVELLA VALLE SOANA. Il sentiero delle genziane.

La nonna aveva portato Marta in una piccola casa che affittava a Piamprato, sopra Ronco Canavese, nel cuore della Valle Soana. Era una casa semplice, con i muri di pietra, le finestre di legno e un balcone affacciato sui prati. Davanti, la montagna sembrava così vicina che Marta aveva avuto l'impressione di poterla toccare allungando una mano.

Lei veniva dalla città e non era abituata a quel silenzio. La prima sera, dopo cena, si era affacciata alla finestra: «Nonna, qui non si sente niente.»

La nonna aveva sorriso: «Non è vero.»

Marta aveva aguzzato l'udito: «Che cosa dovrei sentire?»

«Devi imparare ad ascoltare.»

«Ma non c'è nessuno.»

La nonna aveva guardato fuori dalla finestra: «Proprio per questo.»

Marta non aveva capito. Quella notte aveva dormito con la finestra leggermente aperta. Prima di addormentarsi aveva sentito il vento passare tra i rami, il rumore lontano di un ruscello e, ogni tanto, il verso di qualche animale. Non sapeva ancora che la montagna aveva già cominciato a parlarle.

Il mattino dopo era una splendida giornata di agosto. Il cielo era azzurro, l'aria fresca e pulita e il sole illuminava le montagne della Valle Soana, facendole sembrare ancora più grandi. Nei prati brillavano le gocce di rugiada e dalle pendici arrivava il profumo dell'erba appena scaldata dal sole.

La nonna aveva preparato due zaini: «Allora, Marta, oggi si cammina.»

«Dove?»

«Al Rifugio Ciavanassa.»

«È lontano?»

«Abbastanza.»

«Quanto?»

«Circa un'ora, se non perdiamo tempo.»

Marta l'aveva guardata sospettosa: «Tu dici sempre che non dobbiamo perdere tempo, ma poi ti fermi a parlare con tutti.»

La nonna aveva riso: «Perché in montagna non si corre dietro al tempo. Si cammina insieme a lui.»

Partirono da Piamprato. Il sentiero saliva dolcemente tra prati verdi e boschi. Il sole filtrava attraverso i rami e disegnava sul terreno piccole macchie di luce. Più in alto, le montagne sembravano proteggere la valle come gigantesche sentinelle.

Marta camminava spedita, ma dopo pochi minuti cominciò a rallentare: «Nonna, quanto manca?»

«Abbiamo appena cominciato.»

«Allora siamo nei guai.»

La nonna rise: «Non siamo nei guai. Siamo in montagna.»

Poco dopo Marta si fermò: «Guarda!»

Tra l'erba era comparso un piccolo fiore azzurro.

«È una genziana», disse la nonna.

Marta si chinò, meravigliata: «È bellissima.»

«Lo sai che una volta le persone raccontavano delle storie su questi fiori?»

«Che storie?»

La nonna si sedette su una pietra: «Si raccontava che tanti anni fa vivesse in questa valle una ragazza di nome Genziana. Era conosciuta per i suoi occhi azzurri e per il suo amore per la montagna.»

«E cosa le è successo?»

«Un'estate arrivò una terribile siccità. I ruscelli si fecero piccoli, i prati diventarono gialli e gli animali non trovavano più acqua. Genziana salì sulla montagna per chiedere al cielo di aiutare la valle.»

«E il cielo la ascoltò?»

«Arrivò una grande pioggia.»

«E lei tornò a casa?»

La nonna rimase in silenzio per qualche istante: «No.»

Marta abbassò gli occhi: «È morta?»

«Secondo la leggenda, la montagna la trasformò in un fiore. Da allora, ogni estate, le genziane tornano a fiorire.»

Marta guardò il piccolo fiore: «Quindi lei è ancora qui?»

La nonna annuì: «Forse sì.»

La bambina non disse altro e ripresero il cammino.

Poco più avanti incontrarono un piccolo ruscello che attraversava il sentiero. Marta si tolse le scarpe, si tolse i calzini e immerse i piedi nell'acqua: «È gelata!»

«È acqua di montagna.»

«Ma da dove arriva?»

«Dalle sorgenti, dalla neve, dalla pioggia. La montagna raccoglie tutto e poi lo restituisce alla valle.»

Marta rimase a guardare l'acqua scorrere.

«Nonna, secondo te l'acqua ricorda da dove viene?»

La nonna la guardò sorpresa: «Questa è una domanda da grande.»

«Allora?»

«Credo di sì. Anche l'acqua porta con sé una memoria.»

Ripresero a camminare. Più avanti comparve un altro fiore: era piccolo, bianco, quasi nascosto tra l'erba.

«Quello cosa racconta?» chiese Marta.

«La storia di una donna che aspettava il ritorno del marito partito per cercare lavoro lontano dalla valle.»

«È tornato?»

La nonna sorrise: «Queste sono le storie che la montagna non racconta mai fino in fondo.»

«Perché?»

«Perché alcune risposte dobbiamo trovarle da soli.»

Marta cominciò a guardare i fiori in modo diverso. Non erano più semplicemente fiori: erano racconti.

Ogni tanto si fermava: «Nonna, questo cosa racconta?»

«E quello?»

«E quel fiore laggiù?»

La nonna aveva sempre una storia. Parlava di pastori, di bambini, di donne che aspettavano, di uomini partiti per la pianura, di famiglie che avevano vissuto in quelle montagne quando le strade ancora non esistevano e Marta ascoltava.

A un certo punto la nonna si accorse che non aveva più chiesto quanto mancasse e il sentiero continuava a salire. Il bosco si fece più rado e davanti a loro apparvero grandi prati aperti.

Il panorama si spalancò improvvisamente.

Marta rimase senza parole dallo stupore. Le montagne della Valle Soana si susseguivano una dietro l'altra, illuminate dal sole. In lontananza si vedevano le cime del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Un vento leggero muoveva l'erba e sembrava passare attraverso il prato come una mano invisibile.

La nonna si sedette e Marta rimase in piedi.

«Nonna...»

«Sì?»

«Adesso capisco.»

«Cosa?»

«Perché ti piace tanto venire qui.»

La nonna sorrise: «Che cosa hai capito?»

«Che qui sembra tutto più grande.»

«Le montagne?»

«Anche.»

Marta fece una pausa: «Anche il silenzio.»

La nonna non rispose e per qualche minuto rimasero entrambe ferme.

Marta, rapita dalla bellezza del luogo, ascoltò: il vento, l'acqua, gli uccelli, il fruscio dell'erba e un campanaccio lontano.

E poi qualcosa che non aveva mai sentito prima, se stessa: «Nonna?»

«Sì?»

«Qui tutti parlano.»

La nonna sorrise: «Chi?»

«Il vento. L'acqua. Gli alberi. I fiori.»

«Finalmente li senti.»

«Ma non parlano come noi.»

«No. La montagna non parla per farsi sentire. Parla per chi sa ascoltare.»

Ripresero il cammino verso il Rifugio Ciavanassa.

Dopo un po', Marta vide comparire la sagoma del rifugio: «Nonna, eccolo!»

«Finalmente.»

Marta sorrise: «Ho fame.»

La nonna rise: «Anch'io. E sai una cosa? Al Rifugio Ciavanassa la cuoca Erica prepara dei dolci buonissimi.»

Gli occhi di Marta si illuminarono: «Davvero? Che dolci?»

«Un po' di tutto. E quando li assaggi, capisci che ci mette dentro anche tanta passione.»

Marta accelerò il passo: «Allora dobbiamo arrivare subito!»

La nonna la fermò con una mano sulla spalla: «Piano, golosona. Noi, però, siamo venute soprattutto per mangiare la polenta.»

Marta scoppiò a ridere: «La polenta?»

«Sì, la polenta. Quella buona, fumante, mangiata in montagna dopo aver camminato.»

«E i dolci di Erica?»

«Quelli li lasciamo per dopo.»

Marta ci pensò un momento: «Va bene. Prima la polenta e poi i dolci.»

La nonna sorrise: «Mi sembra un programma perfetto.»

Quando finalmente entrarono nel rifugio, Marta era stanca ma felice. Si voltò indietro verso il sentiero: «Nonna?»

«Sì?»

«Domani possiamo tornare?»

«Domani?»

«Vorrei rivedere le genziane.»

La nonna le prese la mano: «Le genziane saranno ancora qui.»

«Come fai a saperlo?»

«Perché le cose veramente importanti non hanno fretta di andarsene.»

Marta sorrise, ma prima di entrare nel rifugio per pranzare tornò indietro di qualche passo.

Si inginocchiò davanti alla prima genziana che avevano incontrato vicino al rifugio, ma non la toccò e non la raccolse. Rimase semplicemente a guardarla con stupore e poi sussurrò: «Grazie.»

La nonna la osservò senza dire nulla. Sapeva che quella bambina, arrivata dalla città con le orecchie abituate al rumore, stava tornando diversa.

Quella sera, nella piccola casa di Piamprato, Marta aprì la finestra prima di andare a dormire. La montagna era immersa nel buio: «Nonna...»

«Dimmi.»

«Adesso sento.»

«Cosa?»

Marta sorrise: «Tutto.»

La nonna le accarezzò i capelli: «Allora hai imparato la cosa più difficile.»

«Quale?»

«Che prima di imparare a parlare bisogna imparare ad ascoltare.»

Marta guardò fuori dalla finestra. Le stelle brillavano sopra le montagne e per la prima volta capì che la montagna non le aveva raccontato soltanto delle leggende.

Le aveva raccontato la vita, le aveva parlato di chi era partito e di chi era rimasto, di chi aveva atteso, di chi aveva amato, di chi era scomparso lasciando un ricordo.

Ma soprattutto le aveva insegnato che ogni cosa ha una voce, anche quando non possiede parole.

Da quel giorno Marta non guardò più un fiore come prima e ogni volta che incontrava una genziana lungo un sentiero, si fermava.

Pensava alla nonna, alla Valle Soana, al vento tra i prati e a quel mattino d'agosto in cui aveva imparato ad ascoltare.

Perché nella vita parliamo spesso per essere ascoltati, corriamo per arrivare, guardiamo senza vedere.

La montagna, invece, le aveva insegnato il contrario: prima di parlare, ascolta; prima di correre, fermati; prima di cercare lontano, guarda ciò che hai vicino.

E forse è proprio questo il regalo più grande che possiamo ricevere da chi ci ama.

Non qualcuno che ci insegni cosa dire, ma qualcuno che, prendendoci per mano, ci insegni ad ascoltare il mondo. Perché un giorno, quando quella mano non ci sarà più, saranno proprio il vento, un sentiero, il profumo dell'erba, il ricordo di una polenta mangiata insieme e una piccola genziana a ricordarci che quella persona, in qualche modo, cammina ancora accanto a noi.

Giorgio Cortese

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