NOVELLA VALLE SOANA. Quando il cielo insegna a sperare.
Racconti di memoria e radici

NOVELLA VALLE SOANA. Quando il cielo insegna a sperare.

Ci sono pomeriggi d'estate che il tempo non riesce a portare via.

Restano nascosti nella memoria come il profumo del pane appena sfornato o il suono dell'Ave Maria che, al tramonto, scendeva dal campanile del paese. Basta il rombo lontano di un temporale o l'odore della terra bagnata perché riaffiorino all'improvviso, con i loro colori, le loro voci e i loro silenzi.

Ogni volta che il cielo si oscura, il pensiero corre a quella casa di campagna dove viveva mio padre, che i miei figli chiamavano affettuosamente Nonno Pin.

Era una casa semplice, costruita più con il lavoro che con i mattoni. Scendendo da un piccolo vicolo si arrivava a un grande cancello che si apriva su un cortile di terra battuta. Sotto il porticato, sempre fresco anche nelle giornate più torride, una lunga panca di legno era il regno del nonno. Da lì osservava il cielo, il vento e la campagna, come se sapesse leggere nei loro segni ciò che ancora doveva accadere.

Davanti a lui si apriva un piccolo mondo: il fienile diffondeva nell'aria il profumo dolce dell'erba appena raccolta. Poco distante si trovavano le gabbie dei conigli, intenti a rosicchiare foglie fresche. I tacchini bianchi passeggiavano solenni nel cortile, mentre le galline faraone annunciavano con il loro caratteristico richiamo l'arrivo di ogni visitatore. Ma il luogo preferito di Matteo e Gabriele erano le grandi voliere.

Ricoperte da una fitta vite americana, sembravano piccole grotte verdi. Al loro interno decine di canarini gialli riempivano l'aria di un canto continuo. All'alba salutavano il sole; nelle ore più calde accompagnavano il frinire delle cicale con una musica lieve e rassicurante.

«Nonno Pin,» domandò Matteo, che aveva dieci anni, «come fanno a cantare sempre? Non si stancano mai?»

Il nonno sorrise: «Cantano perché stanno bene. Gli uccelli non vivono pensando a ieri o a domani. Vivono il giorno che hanno davanti.»

Gabriele rimase ad ascoltare.

«Mi piacerebbe capire quello che si dicono.»

«Forse,» rispose il nonno, «ci insegnano a essere felici delle cose semplici.»

Quel pomeriggio, però, c'era qualcosa di diverso.

L'aria era immobile. Nessuna foglia si muoveva. Le rondini volavano basse, sfiorando il cortile.

«Nonno Pin, oggi non c'è neanche un filo di vento.»

«Ed è proprio questo che mi preoccupa.»

«Perché?»

«Perché quando la natura tace, spesso sta preparando qualcosa.»

I due fratelli si sedettero accanto a lui.

Davanti alla casa il roseto era in piena fioritura. Poco oltre si stendeva l'orto con pomodori, insalate, fagiolini e zucchine protette da una grande serra. Sul lato destro correva un filare di uva da tavola e, davanti alle viti, in  lontananza si distinguevano la Quinzeina, Verzel, Frassinetto e il Monte Colombo, appena velati dalla foschia estiva.

Il nonno indicò l'orizzonte: «Guardate laggiù.»

Nuvole scure stavano crescendo lentamente.

«Sembrano montagne di fumo...» sussurrò Gabriele.

«Sono nuvole di temporale.»

Matteo osservò i tacchini che rientravano al coperto della stalla.

«Anche loro lo sanno?»

«Molto prima di noi.»

In quel momento una folata di vento attraversò il cortile.

Le foglie dei pioppi mostrarono il loro lato argenteo. Le rose si piegarono dolcemente. Perfino i canarini smisero quasi all'improvviso di cantare.

«Hai sentito?» domandò Matteo.

«Che cosa?»

«Il silenzio.»

Il nonno annuì: «Anche il silenzio parla.»

Pochi minuti dopo un lampo attraversò il cielo.

Seguì un tuono profondo che sembrò rotolare da una collina all'altra.

Gabriele strinse la mano del nonno: «Ho un po' paura...»

Il vecchio gli accarezzò i capelli: «Non averne. Il temporale non viene per fare del male. Viene a dare da bere alla terra.»

Cadde una grossa goccia, poi  un'altra, poi cento. Infine il cielo sembrò aprirsi.

La pioggia scese copiosa sulle tegole della casa, sul granoturco, sull'orto e sul roseto. L'acqua correva tra le pietre del cortile formando piccoli ruscelli.

I tacchini cercarono riparo e le  galline faraone si rifugiarono sotto la tettoia.

I conigli rimasero immobili nelle loro gabbie.

I maestosi colombi Strasser e i Sottobanca si ritirarono nelle piccionaie, seguiti dai leggiadri pavoncelli. Anche i fagiani salirono sui rami più alti delle loro grandi voliere, come se fosse già calata la sera.

Perfino i canarini tacquero e rientrarono nel loro ricovero interno, nascosto tra il fitto intreccio della vite americana.

Il nonno chiuse gli occhi: «Respirate.»

I bambini fecero lo stesso.

«Che profumo...» disse Matteo.

«Sembra il bosco...» aggiunse Gabriele.

«È la terra che finalmente beve.»

«Ha un nome?»

«Gli studiosi lo chiamano petricore.»

«E tu come lo chiami?»

Il nonno sorrise: «Profumo di speranza.»

Rimasero ad ascoltare la pioggia e nessuno parlava.

Sembrava che il temporale stesse raccontando una storia antica, conosciuta soltanto dagli alberi, dagli animali e dagli uomini che avevano trascorso la vita nei campi.

Dopo quasi mezz'ora i tuoni si allontanarono e la pioggia si fece leggera.

Tra le nuvole comparve un raggio di sole e poi  un altro.

E all'improvviso un magnifico arcobaleno attraversò il cielo del Canavese.

I due fratelli rimasero senza parole.

«Nonno Pin...» domandò Matteo. «Perché arriva sempre dopo la pioggia?»

Il vecchio raccolse un pizzico di terra umida e lo lasciò scivolare lentamente tra le dita.

«Perché la luce non ha fretta. Aspetta che il cielo abbia finito di piangere.»

Gabriele alzò gli occhi.

«Succede anche alle persone?»

Il nonno lo guardò con infinita tenerezza.

«Sì. Verranno giorni in cui penserete che il sereno non tornerà più. Sentirete dentro di voi il rumore dei tuoni e vi sembrerà che tutto sia perduto. Ma ricordate questo pomeriggio.»

Indicò l'arcobaleno.

«Nessun temporale resta per sempre. Bisogna avere pazienza, continuare a camminare e non smettere mai di sperare. La vita assomiglia alla terra: quando sembra più secca, basta una buona pioggia per farla rifiorire.»

In quel momento i canarini ripresero a cantare.

Tra loro, l'incardellato, nato dall'incontro tra un cardellino e un canarino, intonò un assolo limpido e cristallino che sembrò mettere a tacere ogni altro suono della campagna. Poi tutti gli altri si unirono a quel canto, mentre dai filari della vigna rispondevano i merli e le rondini tornavano a volare alte nel cielo ormai sereno.

Il sole illuminò le foglie ancora bagnate, trasformando ogni goccia in una piccola perla.

La campagna sembrava rinata.

Molti anni sono passati da quel pomeriggio.

La casa è cambiata. Non ci sono più le rose nè la fila di vite da tavola, molte persone care hanno lasciato questa terra.

Eppure, ogni volta che un temporale estivo attraversa il Canavese e nell'aria ritorna il profumo della terra bagnata, mi sembra ancora di vedere mio padre, che i miei figli chiamavano affettuosamente Nonno Pin, seduto su quella vecchia panca di legno con lo sguardo rivolto al cielo.

Solo con il passare degli anni ho compreso che quel pomeriggio non mi insegnò soltanto come nasce un temporale.

Mi insegnò che la pazienza è più forte della paura, che la speranza sa attendere in silenzio e che la luce continua sempre a esistere, anche quando le nuvole sembrano coprire ogni cosa.

Forse è questo il dono più grande che ci lasciano i nostri padri: non grandi discorsi, ma gesti semplici, parole sincere e pomeriggi qualunque che, con il tempo, diventano lezioni di vita.

Ancora oggi, quando il vento porta il profumo del petricore e i primi tuoni risuonano tra le colline del Canavese, quella voce torna a parlarmi. Allora alzo gli occhi verso il cielo e sorrido, perché so che nessun temporale è eterno, dopo ogni pioggia, torna sempre la luce.

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