NOVELLA VALSOANA. La casa con il tetto di lose
Racconti di memoria e radici

NOVELLA VALSOANA. La casa con il tetto di lose

Ci sono luoghi in montagna dove il silenzio non è davvero silenzio: è memoria.

È il rumore lontano di passi che non ci sono più, il vento che passa tra le pietre, una porta che resiste al tempo, un tetto di lose che continua a proteggere una casa ormai vuota. È il profumo del bosco che entra nei vicoli abbandonati e sembra portare con sé voci antiche, risate di bambini, richiami tra una casa e l'altra.

In Val Soana esistono borgate che conservano ancora i segni di un mondo vissuto per secoli in equilibrio con la montagna. Nivolastro, piccola frazione del territorio di Ronco Canavese, è una di queste. Oggi appare silenziosa, quasi sospesa fuori dal tempo. Un tempo, invece, era abitata da numerose famiglie, con case piene di vita, stalle, fienili, muli, vacche e bambini.

Il borgo, dopo anni di abbandono, ha conosciuto una nuova presenza grazie a un rifugio estivo ed è raggiungibile soltanto a piedi. Ma basta percorrerne i sentieri per capire che, sotto quel silenzio, qualcosa è rimasto.

Gli uomini salivano ai prati e nei boschi; le donne conoscevano il peso di ogni stagione, il tempo del fieno, l'arrivo della neve e l'importanza di avere una legnaia ben fornita prima dell'inverno.

Gli abitanti erano chiamati li giaj d'l Nivolastro, un nome che raccontava un'appartenenza profonda, quasi un legame indissolubile con quella terra.

Un antico detto popolare parlava delle donne e delle vacche di Nivolastro e di Guajre, borgate vicine, così legate al proprio paese da soffrire lontano da esso: «Le fenè e le vacie de Nivolastro e de Guajre fèr de leui paìo, i fan pi gnen bin».

Era un modo antico, forse rude, per dire una cosa semplice: certe persone appartengono così profondamente a un luogo che allontanarle dalla propria terra significa spezzare qualcosa dentro di loro. Fu proprio per cercare storie come queste, oltre alle fotografie, che un giovane fotografo arrivò una mattina a Ronco Canavese.

Si chiamava Andrea.

Aveva poco più di trent'anni, una macchina fotografica appesa al collo, uno zaino leggero e la curiosità di chi non voleva limitarsi a guardare. Da qualche tempo percorreva paesi e borgate di montagna, fotografando case abbandonate e cercando, quando possibile, le persone capaci di raccontargli chi vi aveva abitato.

Aveva capito che una fotografia poteva fermare un'immagine, ma non sempre riusciva a raccontare una vita. Per questo cercava le storie.

Partì da Ronco e imboccò l'antica mulattiera che saliva verso Nivolastro. Il sentiero attraversava il bosco e Andrea procedeva lentamente, fermandosi di tanto in tanto. Fotografava una pietra coperta di muschio, un tratto di muro a secco, una vecchia cappella.

Lungo il cammino incontrò alcuni piloni votivi. Si fermò davanti a uno di essi e pensò alle persone che un tempo passavano di lì ogni giorno: qualcuno diretto ai prati, qualcuno con una gerla sulle spalle, qualcuno accompagnando un mulo. Forse una madre con un bambino per mano. Forse un anziano che tornava lentamente verso casa.

Quei piccoli segni di fede non erano stati costruiti per i turisti. Erano stati costruiti per chi viveva lassù. Andrea riprese il cammino e quando arrivò al Mont del Trasi si fermò. Davanti a lui la valle si apriva immensa. Le montagne si susseguivano una dietro l'altra, mentre il verde dei boschi scendeva verso il fondovalle. Per qualche istante dimenticò persino di prendere in mano la macchina fotografica. Rimase semplicemente a guardare e poi  proseguì.

Quando Nivolastro comparve tra gli alberi, ebbe una strana sensazione, non era come arrivare in un paese era  come entrare in un ricordo.

Le case di pietra e legno erano raccolte una accanto all'altra. I vicoli erano stretti e silenziosi.

Andrea iniziò a fotografare una finestra, una porta, una scala di pietra, un vecchio fienile.

Poi la vide, era una baita con un imponente tetto di lose. Le pietre scure erano consumate dal tempo, ma il tetto sembrava ancora resistere alla neve, al vento e agli inverni.

Andrea si fermò davanti a una baita poco prima della borgata. Da lì poteva osservare il paesaggio circostante. Fu allora che sentì una voce: «Bella, vero?»

Si voltò di scatto e poco distante, seduta su un basso muretto di pietra, c'era un'anziana donna. Portava un fazzoletto chiaro sulla testa e teneva le mani appoggiate a un bastone. Il viso era segnato da rughe profonde, ma gli occhi erano ancora vivi e curiosi.

La donna indicò la casa: «Quella ha visto nascere più bambini di quanti lei possa immaginare.»

Andrea abbassò la macchina fotografica: «Lei abitava qui?»

La donna sorrise: «Qui e nelle altre case della borgata. Quando ero giovane, Nivolastro era un'altra cosa.»

Si alzò lentamente e gli fece cenno di seguirla: «Adesso lei sente soltanto il vento. Ma allora... allora non si riusciva quasi a sentirlo.»

Andrea la guardò incuriosito: «Perché?»

L'anziana sorrise: «Perché c'erano le persone.»

Indicò i prati: «Qui correvano i bambini. Dovevi stare attento a non farti travolgere. E poi c'erano i muli. Passavano piano, ma occupavano tutto il sentiero. Se arrivava un mulo con il carico, dovevi schiacciarti contro il muro e aspettare.»

Andrea guardò quei luoghi silenziosi e cercò di immaginarli pieni di vita: «E i fienili?» domandò.

Gli occhi della donna cambiarono espressione: «I fienili erano pieni. Quando arrivava il tempo del fieno, si lavorava dall'alba fino a quando non si vedeva più. Il fieno doveva bastare per l'inverno. Non si poteva sbagliare.»

Fece qualche passo e indicò la casa: «Quella stanza era la cucina. Là c'era la stalla. Sopra, il fienile. La casa doveva servire a tutto. Non era come adesso.»

Andrea ascoltava, aveva finalmente trovato ciò che cercava.

Non una casa, ma una storia: «Come si chiamava?» chiese.

La donna lo guardò: «Chi?»

«La donna che abitava qui.»

L'anziana rimase in silenzio per qualche istante: «Mia madre.»

Andrea abbassò lentamente la macchina fotografica.

La donna guardò la porta socchiusa: «Si chiamava Teresa.»

Per un momento nessuno parlò.

Poi l'anziana si sedette su una pietra davanti alla casa e cominciò a raccontare.

Teresa si alzava quando fuori era ancora buio. Accendeva il fuoco, preparava qualcosa da mangiare e poi iniziava il lavoro. D'estate c'erano i prati, il fieno e gli animali. D'inverno bisognava occuparsi del bestiame, portare la legna e affrontare la neve.

«La montagna non regalava niente», disse la donna. «Ma ci dava tutto quello che avevamo.»

Gli uomini lavoravano nei prati e nei boschi. Le donne affrontavano giornate che sembravano non finire mai. I bambini crescevano in fretta.

«Io giocavo qui davanti», raccontò indicando il vicolo. «Eravamo in tanti. Non avevamo grandi giocattoli, ma non ci annoiavamo mai. Un sasso diventava una bambola, un pezzo di legno diventava un cavallo. E bastava poco per ridere.»

Andrea sorrise: «E vi conoscevate tutti?»

La donna lo guardò quasi sorpresa: «Tutti. Come poteva essere diversamente? Se una famiglia aveva bisogno, l'altra aiutava. Se qualcuno si ammalava, un vicino andava a vedere come stava. Se c'era un lavoro troppo grande, arrivavano gli altri.»

Indicò la fontana: «Quella era di tutti.»

Poi indicò un edificio poco distante: «E quello era il forno. Anche quello era di tutti.»

Andrea capì che quella parola tornava continuamente. “Tutti”.

In un luogo isolato, circondato dalle montagne, nessuno poteva davvero vivere pensando soltanto a se stesso.

Poi il racconto cambiò, l’anziana abbassò lo sguardo: «Poi la gente ha cominciato ad andare via.»

Andrea rimase in silenzio: «Non fu tutto insieme», continuò lei. «Una famiglia alla volta. Prima qualcuno partì per cercare lavoro. Poi andarono via i giovani. In pianura, a Torino, dove c'erano le fabbriche.»

Il bastone sfiorò lentamente la pietra: «Una porta si chiudeva. Poi un'altra. E un'altra ancora.»

Andrea guardò le case attorno a sé.

Adesso quel silenzio aveva un significato diverso: «E lei? È rimasta?»

La donna sollevò gli occhi: «No. Sono partita anch'io.»

«E perché è tornata?»

Lei guardò verso le montagne: «Perché certe montagne non ti lasciano mai andare davvero.»

Andrea pensò all'antico detto di Nivolastro e Guajre.

Forse non era soltanto una vecchia frase popolare. Dentro quelle parole c'era la verità di chi aveva trascorso lì la propria infanzia.

L'anziana si alzò: «Venga.»

Entrò lentamente nella casa e Andrea esitò, poi la seguì.

Dentro c'era odore di pietra, legno e umidità. Un raggio di sole entrava da una piccola finestra. In un angolo restavano alcuni oggetti abbandonati.

La donna sfiorò il muro: «Qui c'era il tavolo.»

Indicò un altro angolo: «E là dormivamo noi bambini.»

Andrea non scattò fotografie, non voleva interrompere quel momento.

«Fotografala bene, però», disse improvvisamente la donna.

«La casa?»

«La casa.»

«Perché?»

Lei sorrise: «Perché un giorno qualcuno guarderà la sua fotografia e penserà che qui non ci sia mai stato nessuno.»

Andrea la guardò: «E invece?»

L'anziana si voltò verso la stanza, poi  disse piano: «E invece qui abbiamo vissuto.»

Quelle parole rimasero sospese nella casa, ma Andrea non rispose non  ce n'era bisogno.

Quando uscì, la luce del pomeriggio scendeva lentamente sui prati di Nivolastro. Il giovane rimase davanti alla casa con il tetto di lose e sollevò finalmente la macchina fotografica.

Scattò una fotografia, poi  un'altra.

Ma non cercava più la bellezza della casa abbandonata, cercava la vita che aveva imparato a vedere.

Nella porta socchiusa immaginò Teresa e nel  vicolo vide correre i bambini.

Davanti al fienile immaginò il rumore del fieno, alla fontana sentì le voci delle donne.

E per un istante gli sembrò persino di udire il passo lento di un mulo.

Forse era soltanto il vento, o forse no.

Quando il sole cominciò a scomparire dietro le montagne, Andrea si preparò a scendere verso valle.

L'anziana donna era ancora lì: «Tornerà?» gli domandò.

«Sì», rispose lui.

«Per fotografare ancora?»

Andrea guardò la borgata: «Per ascoltare.»

La donna sorrise e si incamminò lentamente lungo il vicolo.

Andrea la osservò allontanarsi tra le case.

Per un attimo pensò di chiamarla, per chiederle il nome ma  non lo fece.

Non era importante, aveva già dato un nome alla storia.

Era la storia di una casa e di un tetto di lose.

Di una donna di nome Teresa, di bambini, muli e fienili.

Di una borgata che si era lentamente svuotata, ma che non aveva mai smesso di essere viva.

Andrea riprese il sentiero verso Ronco Canavese.

Più tardi, guardando le fotografie sullo schermo della macchina fotografica, si accorse di una cosa.

L'ultima immagine era diversa dalle altre.

Davanti alla casa, nella luce del tramonto, sembrava quasi di vedere una piccola figura.

Un bambino o forse soltanto un gioco di ombre.

Andrea sorrise e non cancellò quella fotografia.

Perché aveva imparato che le borgate di montagna non sono luoghi senza storia.

Sono luoghi dove la storia ha semplicemente smesso di fare rumore.

E quella casa con il tetto di lose, lassù in Val Soana, avrebbe continuato a parlare.

Non a tutti, ma soltanto a chi avesse avuto abbastanza silenzio dentro di sé per ascoltarla.

 

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