Il cielo scritto nella terra: la divinazione in Mesopotamia.
I popoli che abitarono la Mesopotamia, dai Sumeri agli Accadi, dagli Assiri ai Babilonesi, erano profondamente convinti che nulla accadesse per caso. Ogni fenomeno osservabile, nel cielo come sulla terra, poteva essere un segno, un presagio capace di rivelare la volontà degli dèi e di anticipare il destino dell’individuo o dell’intero Paese. In questa visione del mondo, la realtà era attraversata da un linguaggio nascosto, e il compito dell’uomo era imparare a decifrarlo. Un animale incontrato lungo la strada, il volo di un uccello, una voce improvvisa, un rumore inatteso, un sogno o una configurazione astrale: tutto poteva trasformarsi in un messaggio divino. I presagi potevano manifestarsi spontaneamente oppure essere provocati attraverso rituali precisi, ma in ogni caso richiedevano l’intervento di specialisti capaci di interpretarli. La comunicazione tra le divinità e gli indovini avveniva in modo misterioso e indiretto, attraverso segni che dovevano essere letti secondo tradizioni codificate e tramandate nei secoli. Tra tutte le tecniche divinatorie mesopotamiche, l’aruspicina occupava un posto centrale. Si trattava di una divinazione indotta, praticata su richiesta, che consisteva nell’esame delle viscere di un animale sacrificato, solitamente un agnello o un capretto. L’aruspice, dopo aver consacrato la vittima e posto la domanda agli dèi Shamash e Adad, procedeva alla dissezione del corpo, convinto che le divinità avessero impresso il loro responso negli organi interni. Il fegato, in particolare, era considerato l’organo più importante, perché ritenuto la sede dell’anima e delle emozioni: gioia, dolore, rabbia e collera prendevano nome, in sumero e in accadico, proprio a partire dal termine che indicava il fegato. Le relazioni divinatorie giunte fino a noi mostrano un linguaggio tecnico sorprendentemente preciso, quasi anatomico, che descriveva con minuzia lo stato degli organi e le loro eventuali anomalie. Molti di questi termini restano ancora oggi difficili da interpretare, ma per l’aruspice il loro significato era chiaro. Un resoconto risalente all’epoca di Hammurabi, nel XVIII secolo a.C., elenca “strade”, “porte del palazzo”, “stazioni” e “dita” all’interno del fegato, per poi concludere che il presagio era favorevole e che l’interessato non doveva temere nulla. Nel I millennio a.C. l’aruspicina era raccolta in vasti trattati cuneiformi, articolati in decine di capitoli, la maggior parte dei quali dedicata proprio al fegato, come dimostrano anche i numerosi modelli di fegato in argilla utilizzati a scopo didattico. Accanto ai presagi indotti, esisteva un’immensa tradizione dedicata ai segni spontanei. Le biblioteche di Babilonia e Assiria erano colme di testi che raccoglievano presagi tratti dall’osservazione degli astri, degli animali, delle piante, del corpo umano e degli eventi quotidiani. Il comportamento di un serpente, il suo attraversare la strada da destra o da sinistra, poteva indicare buona o cattiva reputazione; una città che “si ergeva fino al cielo come una montagna” diventava il titolo di una delle opere più monumentali della letteratura divinatoria, composta da oltre cento capitoli. Anche le malformazioni dei feti, umani o animali, erano attentamente osservate, poiché considerate segni che riguardavano soprattutto il destino del re e del Paese. Il corpo umano stesso era letto come un testo profetico. L’aspetto fisico, le proporzioni, i tratti del volto e persino la distribuzione delle lentiggini potevano rivelare ricchezza, rovina o povertà futura. Allo stesso modo, il sogno era ritenuto uno stato privilegiato di comunicazione con il divino, tanto da meritare un intero libro che catalogava migliaia di sogni e le loro interpretazioni. Esistevano infine testi destinati a stabilire se un giorno fosse favorevole o nefasto, informazione essenziale per intraprendere qualunque azione importante, dalla costruzione di un edificio a una decisione politica. Nei territori della Mesopotamia era possibile seguire diversi percorsi di formazione per apprendere le scienze divinatorie. Chi studiava la “scrittura del cielo”, ossia la lettura dei presagi astrali, diventava uno scriba del grande libro attribuito agli dèi Anu ed Enlil. Dei presagi spontanei e dei rituali magici si occupava l’asipù, spesso tradotto come esorcista, mentre l’aruspicina e le divinazioni indotte erano prerogativa del baru, l’esaminatore delle viscere, che doveva possedere non solo conoscenze specialistiche, ma anche un determinato lignaggio e un corpo privo di difetti. La divinazione non era però riservata esclusivamente ai re o alle élite. Come prendere la decisione giusta prima di acquistare un terreno, intraprendere un viaggio o conoscere il destino di un matrimonio? Non tutti potevano permettersi il sacrificio di un animale e l’intervento di un aruspice, ma esistevano pratiche più semplici e accessibili, tramandate oralmente. La lecanomanzia si basava sull’osservazione dell’olio versato sull’acqua, l’aleuromanzia sul modo in cui cadeva la farina, la libanomanzia sulle volute di fumo dell’incenso. Anche in questi gesti quotidiani si cercava una risposta, un segno, un orientamento. Quando un presagio annunciava un futuro funesto, tuttavia, non tutto era perduto. Un altro grande trattato, il Namburbi, descriveva rituali complessi destinati a neutralizzare il malaugurio attraverso preghiere, libagioni, incantesimi e sostituzioni simboliche. Il male poteva essere deviato, trasferito, dissolto, perché il destino, pur scritto nei segni, non era mai del tutto irrevocabile. In fondo, la divinazione mesopotamica non era soltanto un tentativo di prevedere il futuro, ma un modo per dialogare con l’incertezza. In un mondo percepito come attraversato dalla volontà degli dèi, leggere i segni significava cercare un ordine nel caos e una forma di responsabilità di fronte al tempo che viene. Forse è per questo che, ancora oggi, quelle tavolette d’argilla ci parlano: non tanto del futuro che annunciavano, ma del bisogno umano, eterno, di dare un senso a ciò che accade.
Favria, 11.08.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Sorridi, la vita ama chi ha coraggio. Felice martedì.
11 agosto 3114 a.C.
Inizio del calendario Maya. Secondo la cronologia maya, in questa data comincia un nuovo ciclo del tempo
Il carro dello zar.
Sembrava uscito da un romanzo di fantascienza, eppure fu davvero costruito. Nel pieno della Prima guerra mondiale, quando le trincee e le mitragliatrici stavano trasformando il conflitto in una carneficina senza precedenti, l’Impero russo puntò su una macchina tanto ambiziosa quanto improbabile: un gigantesco veicolo corazzato con ruote alte come una casa di tre piani.
L’idea nacque dalla mente dell’ingegnere militare Nikolai Lebedenko, convinto che un mezzo enorme potesse superare facilmente fossati, ostacoli e trincee. A credere nel progetto fu addirittura lo zar Nicola II, che ne finanziò lo sviluppo con fondi ingenti e ne autorizzò la costruzione in gran segreto.
Quando il prototipo vide la luce nell’estate del 1915, lasciò tutti a bocca aperta. Più che un carro armato sembrava un mostruoso triciclo d’acciaio: due ruote anteriori gigantesche, una struttura elevata dal terreno e un equipaggio numeroso destinato a operare al suo interno. Doveva essere l’arma capace di spezzare lo stallo del fronte orientale e riportare la guerra di movimento sui campi di battaglia. Nei primi test il colosso impressionò gli osservatori. Travolse alberi e piccoli edifici come fossero giocattoli, dando l’impressione di poter schiacciare qualsiasi ostacolo. Ma l’entusiasmo durò poco. Non appena il terreno divenne morbido e fangoso, il mezzo mostrò tutti i suoi limiti. Il pesante rullo posteriore sprofondò nel terreno e l’intera struttura rimase immobilizzata. Nemmeno i potenti motori riuscirono a liberarla. A quel punto gli ingegneri militari compresero che il progetto era destinato al fallimento. Il veicolo era troppo grande per sfuggire all’artiglieria nemica, troppo pesante per muoversi con efficacia e troppo fragile in alcuni componenti essenziali. Anche il sistema d’armamento presentava difetti evidenti, con ampie zone cieche e una capacità di fuoco inferiore alle aspettative. Così quello che avrebbe dovuto diventare il simbolo della modernizzazione militare russa si trasformò in uno dei più celebri vicoli ciechi della storia delle armi. Abbandonato vicino a Dmitrov dopo il collaudo fallito, il “Carro dello Zar” rimase per anni fermo nel luogo in cui si era impantanato, prima di essere demolito nel 1923.
La sua vicenda dimostra che non sempre le idee più spettacolari sono le migliori. Mentre il gigantesco triciclo russo finiva nel dimenticatoio, i veri carri armati stavano nascendo altrove: meno appariscenti, ma molto più adatti a cambiare il volto della guerra.
Favria, 12.08.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ascolta il cuore e segui la tua luce. Felice mercoledì.
12 agosto 1851.
Isaac Singer brevetta la macchina da cucire perfezionata. L'invenzione rivoluziona il lavoro domestico e l'industria tessile.
L’Ara Pacis: simbolo di pace e propaganda nell’antica Roma.
L’Ara Pacis è uno dei monumenti più significativi dell’antica Roma: un altare dedicato alla Pace, voluto dal Senato nel 13 a.C. per celebrare il ritorno vittorioso di Ottaviano Augusto dalle campagne militari a nord delle Alpi e in Spagna. Inaugurata nel 9 a.C. nel Campo Marzio, l’Ara Pacis doveva essere un luogo di culto in cui magistrati, sacerdoti e vestali compivano ogni anno sacrifici rituali, ma al tempo stesso rappresentava un potente strumento di propaganda politica. Le sue superfici sono ricoperte da raffinati bassorilievi che raffigurano la processione della famiglia imperiale e scene legate al mito delle origini di Roma, con l’obiettivo di celebrare l’ordine, la stabilità e la legittimità del principato augusteo. Nel corso del Medioevo il monumento subì spoliazioni e dispersioni che ne compromisero l’integrità originaria. Solo gli scavi del Novecento permisero di riportarne alla luce i resti, seguiti da complessi interventi di ricomposizione non privi di polemiche, soprattutto per l’uso ideologico che ne fece il regime fascista, intenzionato a sfruttarne il valore simbolico a fini propagandistici. Oggi il progetto “L’Ara si rivela” permette di riscoprirla attraverso tecnologie di videomapping che restituiscono idealmente i colori originari che un tempo decoravano i rilievi.
Ancora oggi l’Ara Pacis continua a testimoniare il legame profondo tra arte, potere e memoria storica nella civiltà romana.
Favria, 13.08.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ogni giorno mi sforzo di trovare l’equilibrio tra sogni e realtà. Felice giovedì.
13 agosto 1961.
Nasce il Muro di Berlino. La Germania Est inizia la costruzione della barriera simbolo della Guerra Fredda.
La virtù della disobbedienza.
La parola disobbedienza è composta etimologicamente dal prefisso dis, con valore negativo di rifiuto, e dal verbo latino obaudire, che significa ascoltare con attenzione, ospitare dentro di sé le istanze dell’altro. Proprio per questa radice, il linguista e drammaturgo irlandese Bernard Shaw la definiva «la più rara e coraggiosa» delle virtù. Disobbedire non è un atto gratuito di ribellione, così come obbedire non coincide con il semplice compimento della volontà di chi comanda. Entrambe esigono consapevolezza, ponderazione e discernimento.
Non sempre la disobbedienza nasce dalla vanagloria o dal semplice rifiuto dell’autorità. La sua natura complessa ne fa un atto di affermazione della ragione e della volontà, frutto di convinzione profonda che consente all’individuo di riaffermarsi come soggetto di diritti. Non è un antivalore: è piuttosto un orientarsi verso qualcosa o qualcuno, conseguenza di ascolto, riflessione e libera decisione.
Oggi, tuttavia, la disobbedienza rischia di essere svuotata del suo significato. Nei social network e nelle chat-line, spesso si manifesta come forma celata di obbedienza indotta: un gesto rumoroso che conferma le logiche dominanti più che metterle in discussione. Ben diversa è la disobbedienza critica, intelligente e partecipata, capace di generare mutamento e rinnovamento. È quella che nasce dalla sicurezza personale, dalla fiducia nelle proprie convinzioni, talvolta esasperata ma sempre orientata a interrogare il mondo.
La storia e i miti offrono esempi luminosi di questa virtù. Adamo ed Eva, secondo la tradizione biblica, disobbedirono e furono espulsi dall’armonia iniziale: un atto che segnò l’inizio della storia umana. Prometeo sottrasse il fuoco agli dèi, innescando l’evoluzione e il progresso. Antigone, nella tragedia di Sofocle, sfidò il diritto positivo per obbedire alla propria coscienza: «È giusto / non è giusto». La disobbedienza si ripete poi nei martiri di ogni religione, nelle lotte di Gandhi, nei movimenti civili che hanno cambiato il corso delle società.
In tutte queste forme, la disobbedienza è un atto che richiede coraggio, intelligenza e responsabilità. Non è mai impulsiva né sterile, ma un gesto che mette in relazione l’individuo con la propria coscienza, con la storia e con la comunità. In un’epoca in cui la ribellione si confonde facilmente con la provocazione, ricordare questo significato antico e potente è più necessario che mai. Disobbedire, quando è autentico, non è solo un gesto contro; è un gesto per, un atto che afferma la dignità dell’essere umano e la possibilità di riscrivere, anche un passo alla volta, la propria storia.
Favria, 14.08.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ogni giorno prepariamoci a celebrare la bellezza della vita. Felice venerdì.
14 agosto 1945.
Il Giappone annuncia la resa. Con la fine della Seconda guerra mondiale nel Pacifico si chiude il più grande conflitto della storia.
Il ghiro: prelibatezza dell’antica Roma.
Nell’epoca imperiale, il ghiro non era solo un piccolo roditore comune, ma una vera e propria prelibatezza, particolarmente apprezzata dalle fasce più abbienti della società romana. Il suo gusto delicato e raffinato ne fece un simbolo di lusso culinario, tanto da stimolare la nascita di allevamenti dedicati, detti glirarium, la cui diffusione divenne così ampia da richiedere regolamentazioni legali specifiche. Numerosi autori antichi testimoniano l’importanza di questo cibo nella cultura gastronomica romana. Petronio, nel Satyricon, inserisce i piatti a base di ghiro tra quelli più ricercati e sofisticati, simbolo di un gusto colto e raffinato. Marco Terenzio Varrone, nel De Re Rustica, offre invece una guida pratica e dettagliata ai metodi migliori per allevare questi animali, rivelando come l’attenzione alla cura e alla tecnica fosse fondamentale per garantire un prodotto pregiato. Anche le ricette di Apicio, celebre gastronomo e cuoco, ci raccontano il ruolo del ghiro nelle tavole romane. Il piccolo animale poteva essere farcito con carne di maiale e un trito delle proprie interiora, arricchito con frutta a guscio e laser, una resina rara importata da Cirene. In alternativa, era possibile esaltare il sapore con una delicata salsa di miele e pinoli, trasformando il ghiro in un piatto che univa sapore, eleganza e complessità. Dietro questa curiosità culinaria, però, si nasconde una riflessione più profonda: ciò che l’uomo considera prelibatezza o lusso riflette sempre desideri, creatività e capacità di trasformare la natura. Così come il ghiro, piccolo e fragile, poteva diventare un simbolo di ricchezza e gusto, anche le nostre scelte quotidiane, se guidate dall’ingegno e dal rispetto, hanno il potere di trasformare il semplice in straordinario, il quotidiano in arte, e la realtà in memoria viva di ciò che sappiamo apprezzare.
Favria, 15.08.2026 Giorgio Cortese
15 agosto. Assunzione di Maria
Buona giornata. Rinnoviamo il cuore e celebriamo con speranza la gioia del
presente. Felice sabato.
15 agosto. Ferragosto.
La festa fu istituita dall'imperatore Augusto nel 18 a.C. come periodo di riposo dopo i lavori agricoli.
Ettore e Achille: due volti dell’Europa.
Io non ho mai amato Achille. Il mio modello è Ettore: l’uomo che combatte per la sua città, per la sua famiglia, per il rispetto della vita. Ettore non cerca la gloria a ogni costo, non si abbandona all’ira. Achille, invece, è il volto primordiale dell’Europa che nasce nel sangue: potente, devastante, consapevole del proprio strapotere e della fragilità di chi gli sta attorno. E da lui, purtroppo, provengono le radici della nostra storia più oscura. Nell’Iliade la guerra si mostra nella sua forma più pura e terribile: un orrore senza veli. L’ira di Achille è uno tsunami che travolge tutto: amici e nemici, città e famiglie. La sua grandezza è tragica, perché è consapevole del prezzo che ogni vita spezzata comporta, ma non riesce a sottrarsi alla furia che lo domina. Ettore, al contrario, incarna la misura, la responsabilità, il coraggio che non umilia e non distrugge chi è più debole. Egli combatte sapendo che ogni gesto lascia tracce e che la morte non può mai essere un premio.Achille rappresenta una società in cui il potere è assoluto: uomini forti dispongono di vite, territori, donne, figli come fossero oggetti. La gloria si misura in vittime e bottini, e il valore di un eroe coincide con la devastazione che sa infliggere. L’Europa nasce da queste violenze, e le tombe disseminate lungo le pianure e le colline dell’Est e del Vicino Oriente ne testimoniano ancora oggi la crudeltà. Ma la poesia omerica non celebra l’orrore: lo mostra, lo rende intellegibile, lo trasforma in memoria. La tragedia diventa insegnamento. Leggere l’Iliade oggi significa confrontarsi con questa doppia eredità: da una parte Achille, il simbolo del potere violento e irrazionale, dall’altra Ettore, l’eroe morale, misurato, umano. La politica e la storia dell’Europa sono ancora segnate da questa tensione: tra forza incontrollata e responsabilità, tra ambizione senza limiti e rispetto della vita. Solo imparando da Ettore possiamo sperare di usare la nostra forza senza distruggere ciò che amiamo. In un mondo in cui violenza e ambizione continuano a misurarsi sul destino dei popoli, l’Iliade ci lascia un monito chiaro: la gloria senza etica diventa rovina, il potere senza responsabilità diventa tirannia. E se vogliamo che l’Europa sopravviva, dobbiamo imparare da Ettore: combattere per la vita, rispettare l’altro, e mettere la forza al servizio della civiltà e non della distruzione.
Favria, 16.08.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. La gratitudine trasforma ogni giorno in festa. Felice domenica.
16 agosto 1977. Muore Elvis Presley.
Il "Re del Rock" lascia un'eredità musicale che continua a influenzare artisti di tutto il mondo.
Il lungo viaggio della rupia.
Oggi vi narro dell’affascinante viaggio di una moneta. Un viaggio che non si misura in chilometri, ma in secoli, e che attraversa imperi, oceani e idee prima ancora che confini geografici. Per seguirne le tracce, come ho scoperto leggendo un libro, basta alzare lo sguardo verso il soffitto di teak birmano della Sarmaya Arts Foundation di Mumbai, dove il tempo sembra essersi stratificato nel legno scuro delle travi.
Dal soffitto pende un’installazione che non ruba la scena alla mostra sottostante, ma la completa. Sottili nastri di ottone battuto disegnano la sagoma dell’India del Sud con una linea spezzata, non continua. È una scelta eloquente: racconta una terra mai chiusa in se stessa, che attraverso i porti del Malabar e del Coromandel ha accolto molto più delle merci scaricate sui moli. In quelle fratture sono passate lingue, fedi, uomini e simboli. E tra questi, una moneta.
Leggendo sulla mostra Odyssey of the Rupee si scopre che tra le esportazioni di maggior successo dell’India c’è stata proprio la rupia, umile e instancabile. Nel corso dei secoli è stata coniata e riconiata, adattata e “localizzata”, diventando uno strumento essenziale per i commerci da Giava alla Somalia, passando per il Caucaso. Paul Abraham, fondatore della Sarmaya Arts Foundation, collezionista partito dalle monete e approdato alle fotografie di Felice Beato e alle mappe del Subcontinente, ha trovato nel settantacinquesimo anniversario della rupia indiana moderna il pretesto per raccontarne l’odissea. Ma la storia che emerge va ben oltre la contrapposizione tra dominio coloniale e indipendenza.
Le radici della rupia affondano quasi cinquecento anni fa, quando Sher Shah Suri, sultano afghano al potere a Delhi, introdusse una riforma valutaria da cui nacque una moneta d’argento del peso di una tolā. Da quel momento la rupia iniziò un viaggio che la rese insieme un elemento unificante e uno specchio della natura frammentata del Subcontinente. Ogni potere che si è avvicendato ha lasciato un segno: i delicati caratteri persiani, arabi, sanscriti e urdu dei Mughal, il profilo severo della regina Vittoria, le rupie dei Maratha e dei Sikh, quelle dei portoghesi di Goa e dell’East India Company di Calcutta. Monete nate per pagare truppe durante assedi convivono con quelle intrise di piaggeria, come quelle di un maharaja pronto a rendere omaggio alla corona britannica pur di conservare il proprio staterello.
Ma la rupia non si è fermata ai confini dell’India. Ha viaggiato verso occidente, nell’Africa Orientale, dove divenne moneta di scambio tra popolazioni tribali di Etiopia e Yemen, e verso oriente, nelle isole dell’attuale Indonesia, tanto che la valuta nazionale si chiama ancora rupiah. In mostra compare una moneta coniata a Lahore a cui, in un secondo momento, è stata aggiunta la parola “Giava”, scritta secondo l’uso malese in una lingua nata nell’odierno Iran. Un piccolo oggetto che racconta una globalizzazione molto più antica di quanto immaginiamo.
Neppure in epoca recente la rupia ha smesso di parlare. Nel 1959 la Reserve Bank of India stampò banconote anticontrabbando utilizzabili solo nei Paesi del Golfo Persico. Nel 1997 fece coniare monete in Messico, perché le zecche di Bombay, Calcutta, Hyderabad e Noida non riuscivano a soddisfare la domanda di un Paese in rapida crescita. Oggi, mentre si celebrano i settantacinque anni della rupia sovrana, la moneta attraversa una nuova trasformazione: non sta conquistando nuovi territori, ma sta lentamente scomparendo dalla quotidianità nella sua forma fisica.
La tecnologia sta riuscendo dove nemmeno la brutale demonetizzazione del 2016 era arrivata. I pagamenti digitali hanno invaso il Paese, adottati da tutti, dai grandi alberghi ai chaiwallah agli angoli delle strade, che per dieci rupie, spesso virtuali, continuano a servire tè bollente, dolcissimo e per nulla immateriale.
Forse è questo l’ultimo insegnamento della rupia. Una moneta che ha attraversato secoli, imperi e oceani ci ricorda che il valore non risiede mai solo nel metallo o nella carta, ma nella fiducia che li sostiene. Quando quella fiducia cambia forma, anche il denaro si trasforma. E mentre la rupia diventa invisibile, resta sospesa la domanda più antica: che cosa stiamo davvero scambiando, quando crediamo di pagare?
Favria, 17.08.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ogni piccolo gesto fa la differenza. Felice lunedì.
17 agosto 1807.
Robert Fulton collauda il primo battello a vapore commerciale.Una svolta decisiva nella storia dei trasporti.
L'estate passa. Il bisogno di sangue resta.
C'è chi in questi giorni prepara la valigia. E c'è chi, invece, aspetta una trasfusione per poter affrontare un intervento, una terapia o semplicemente un nuovo giorno. Le vacanze possono attendere qualche minuto. La vita di qualcuno, no. Donazione di sangue: Venerdì 28 agosto 2026 a Favria – Cortile interno del Comune dalle 8.00 alle 11.20. Ogni sacca donata è una possibilità in più. Un gesto semplice che può trasformarsi in una speranza, in una cura, in un futuro. Durante la mattinata potrai ricevere anche tutte le informazioni sulla donazione di plasma, indispensabile per la produzione di farmaci salvavita. Prenotazione obbligatoria: 3331714827, mail favria@fidasadsp.it
Porta con te un documento d'identità. Non aspettare che sia qualcun altro a fare la differenza.
Il tuo sangue non può essere fabbricato. Non può essere comprato. Può arrivare solo da una persona generosa come te. Venerdì 28 agosto scegli di esserci. Perché la solidarietà non va in vacanza, e una donazione può cambiare una vita
