28 luglio 1976. Tangshan, la notte in cui la terra cancellò una città.
Alle 3:42 del mattino del 28 luglio 1976, mentre milioni di persone dormivano, la terra si aprì sotto la città industriale di Tangshan, nel nord-est della Cina. In pochi secondi un terremoto di magnitudo 7,5 trasformò uno dei più importanti centri produttivi del Paese in un immenso cumulo di macerie. Gli edifici, costruiti in gran parte senza adeguate misure antisismiche, cedettero quasi all’istante, intrappolando intere famiglie nel sonno e lasciando pochissime possibilità di fuga.
La devastazione fu totale. Strade, ferrovie, ponti e linee di comunicazione vennero distrutti, isolando la città e rendendo estremamente difficili i soccorsi nelle prime ore successive al disastro. Il bilancio ufficiale parlò di circa 240.000 morti, ma numerosi studiosi e osservatori ritengono che il numero reale delle vittime sia stato sensibilmente più alto. Per questo il terremoto di Tangshan è considerato il più grave del XX secolo per numero di vite umane perdute.
L’emergenza mise a dura prova le autorità cinesi. Le prime operazioni di salvataggio furono ostacolate dall’entità della catastrofe e dalle difficoltà organizzative, ma nei giorni successivi migliaia di soldati, medici e volontari raggiunsero l’area colpita per cercare superstiti e assistere la popolazione. La tragedia si consumò inoltre in un anno già segnato da profonde tensioni politiche e sociali, culminate pochi mesi dopo con la morte di Mao Zedong, tanto che il 1976 venne ricordato in Cina come un “anno maledetto”.
La ricostruzione di Tangshan iniziò lentamente e richiese ingenti risorse. Il piano definitivo fu approvato tre anni dopo il sisma e la rinascita della città si completò nell’arco di circa un decennio. Dove un tempo sorgevano solo rovine, tornarono a crescere quartieri, industrie e infrastrutture moderne. Oggi Tangshan rappresenta non solo il ricordo di una delle più terribili tragedie naturali della storia contemporanea, ma anche la testimonianza della capacità di una comunità di rialzarsi dopo aver vissuto l’impensabile, trasformando il dolore in memoria e la distruzione in speranza.
Favria, 28.07.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Sii luce e porta gioia dove passi. Felice martedì.
28.07.1914.
Inizio della Prima guerra mondiale con dichiarazione di guerra alla Serbia
Pandemonio: dal poema epico al caos della vita quotidiana.
La parola “pandemonio” deriva dal greco pan, che significa “tutto”, e daimonion, “demone”. Fu coniata dal poeta inglese John Milton (1608-1674) nel suo celebre poema epico Paradiso Perduto, per descrivere il maestoso palazzo costruito dai demoni su ordine di Satana nell’Inferno. In Milton, il Pandemonio non era solo un edificio: era il cuore pulsante della ribellione infernale, un luogo di potere, intrighi e caos organizzato.
Col tempo, il termine ha assunto un significato più ampio, entrando nel linguaggio comune per indicare qualsiasi luogo di estrema confusione, un baccano infernale o una situazione caotica. Così, dal rigore poetico di Milton alle nostre vite quotidiane, il “pandemonio” è diventato simbolo di disordine e tumulto, una parola che riesce a catturare la sensazione di caos travolgente con un solo suono.
In fondo, parlare di pandemonio significa riconoscere che il caos fa parte dell’esperienza umana: in esso possiamo perdere il controllo, ma possiamo anche trovare energia, creatività e movimento. Come il palazzo di Milton, il pandemonio ci ricorda che anche nell’inferno apparente della confusione si nasconde una forma di vitalità e di possibilità inattese.
Favria, 29.07.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Coltiviamo fiducia in noi stessi e negli altri: ciò che costruiamo con pazienza durerà nel tempo. Felice mercoledì
29.07.1900.
Assassinio del re d’Italia Umberto I
Il passo in mezzo: la forza nascosta dell’intercessione
La parola intercessione vive nel linguaggio laico e in quello religioso conservando un medesimo nucleo di significato, radicato nell’etimologia latina: inter – in mezzo – e cedere – andare. Intercedere significa letteralmente “fare un passo tra”, entrare nel cuore di una situazione, collocarsi nello spazio che separa due realtà incapaci di comunicare. È un gesto che richiede presenza, coraggio e un coinvolgimento che non ammette distanze di sicurezza.
Nel diritto romano, l’intercessio tribunicia è l’esempio emblematico: il tribuno della plebe interveniva a favore di un cittadino per proteggerlo dall’azione di un magistrato. L’intercessore, però, non è un arbitro né un mediatore: non rimane esterno al conflitto, non lo osserva dall’alto. Il suo è un movimento che comporta esposizione personale, perché chi intercede non si limita a indicare soluzioni, ma assume parte del peso di chi è coinvolto.
Nell’ambito laico, l’intercessione nasce da principi di solidarietà, umanità, empatia. Si intercede quando si avverte una connessione profonda con l’altro, un legame capace di far percepire come proprie le sue ferite e le sue inquietudini. L’intercessore sente il disagio della sofferenza altrui e sceglie di intervenire per ottenere un beneficio, una protezione, una remissione. È un atto che richiede «fare un passo tra», accettare il rischio di fallire, assumere su di sé la fragilità dell’altro. Non è un ruolo comodo, e non è frequente trovare chi sia disposto a occupare quello spazio vulnerabile.
La drammaticità di tale assenza emerge nelle parole di Giobbe, che – percependo Dio come un avversario inaccessibile – domanda: «Chi è dunque colui che si metterà tra il mio giudice e me? Chi poserà la sua mano sulla sua spalla e sulla mia?» È il grido di chi avverte la mancanza di un ponte, di un volto che possa entrare nel conflitto e renderlo nuovamente umano.
Il contesto religioso non perde nulla della natura profonda dell’intercessione, ma la amplifica rendendola preghiera. Intercedere davanti a Dio significa portare con sé i volti degli altri, desiderare che non restino prigionieri della loro lontananza, farsi voce di una fraternità che non abbandona. Nel cristianesimo, questa solidarietà suprema si incarna in Cristo stesso, presentato come colui che si pone sulla linea di frattura tra l’umano e il divino, non come giudice ma come alleato.
La tradizione iconografica ha spesso rappresentato la potenza di questo gesto, trovando nella figura di Ester uno dei simboli più eloquenti. La regina che si espone per salvare il suo popolo diventa, nei secoli, l’archetipo dell’intercessione: da Rembrandt a Tintoretto fino a Pietro da Cortona, gli artisti hanno colto nel suo passo verso Assuero la forza di chi affronta un potere che potrebbe distruggerla pur di difendere chi ama. Nella tela di Pietro da Cortona a Perugia, Ester diventa persino una prefigurazione di Maria Immacolata: un volto che unisce coraggio e grazia, rischio e protezione.
Intercedere, in fondo, è assumersi la responsabilità di esistere non solo per sé ma anche per gli altri. È un atto che disarma perché infrange l’illusione dell’individualismo: ci ricorda che ogni vita è intrecciata, che nessuno si salva da solo, che tra due rive opposte esiste sempre uno spazio in cui si può decidere di entrare. È in quel passaggio rischioso, fragile e decisivo che si misura la statura etica di una comunità. E forse la verità più profonda dell’intercessione è questa: la pace non nasce mai ai margini, ma sempre da chi ha il coraggio di mettersi in mezzo.
Favria, 30.07.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ogni giorno con ottimismo affrontiamo i quotidiani problemi. Felice giovedì
30 luglio 1930.
Prima finale della Coppa del Mondo Fifa.
L’impero assiro e l’arte del terrore: guerra, potere e propaganda nel Vicino Oriente antico.
Nessuno degli stati del mondo antico, da Sumer fino a Roma, ha mai goduto di una reputazione di crudeltà pari a quella attribuita all’Assiria. Nel confronto storico, solo l’impero azteco nel continente americano viene talvolta ricordato con un’immagine altrettanto cupa, ma in un contesto culturale e cronologico del tutto diverso.
Nel caso assiro, però, lo stigma non nasce soltanto da racconti posteriori o da interpretazioni moderne: sono gli stessi Assiri a fornire una testimonianza diretta della loro potenza militare e della durezza dei loro metodi. Nei rilievi dei palazzi reali del I millennio a.C., provenienti da città come Ninive e Nimrud, sono rappresentate con straordinaria precisione scene di guerra, deportazioni, esecuzioni e torture. Queste immagini non sono casuali: fanno parte di un programma iconografico studiato per comunicare il dominio assoluto del re e l’annientamento dei nemici.
Le fonti scritte confermano questo quadro. Le iscrizioni reali celebrano deportazioni di massa e punizioni esemplari come strumenti sistematici di governo. Le cifre riportate dagli annali neoassiri parlano di oltre un milione di deportati nel corso delle campagne militari. Le ribellioni venivano represse con una brutalità estrema, spesso accompagnata da mutilazioni, impalamenti e forme di esecuzione pensate per avere un forte impatto psicologico sulle popolazioni sottomesse.
Particolarmente impressionanti sono le descrizioni e le raffigurazioni di torture come lo scuoiamento o l’impalamento, pratiche che non avevano solo una funzione punitiva, ma anche simbolica: cancellare l’identità del nemico e impedirne ogni forma di memoria o continuità. Anche la decapitazione e l’esibizione pubblica delle teste dei vinti rientrano in questa logica di intimidazione e controllo. Tuttavia, ridurre l’impero assiro a un sistema basato esclusivamente sulla violenza sarebbe storicamente fuorviante. L’Assiria fu anche una civiltà altamente organizzata, con un notevole sviluppo amministrativo, scientifico e artistico. Le stesse immagini che mostrano massacri convivono nei palazzi reali con scene di caccia, rituali religiosi e rappresentazioni di ordine cosmico. Figure come i geni alati o i lamassu, posti a protezione degli ingressi, esprimono l’idea di equilibrio e stabilità garantita dal potere regio. La violenza, in questo contesto, non era percepita come arbitraria, ma come parte di una visione del mondo. La regalità assira si fondava su una concezione cosmologica: il re agiva come rappresentante delle divinità per ristabilire l’ordine contro il caos. La guerra e la repressione dei ribelli erano quindi interpretate come atti necessari e legittimi, inseriti in un disegno universale. Anche la propaganda visiva svolgeva un ruolo essenziale. Le scene di crudeltà non erano solo cronaca, ma messaggi politici: servivano a dimostrare il destino inevitabile di chiunque si opponesse al potere imperiale. In questo senso, l’arte assira non è soltanto testimonianza della violenza, ma anche uno strumento sofisticato di comunicazione e controllo.
Infine, è importante ricordare che la percezione moderna dell’Assiria è stata fortemente influenzata dalle tradizioni bibliche, che hanno trasmesso per secoli un’immagine del potere assiro come simbolo di oppressione e distruzione. Solo con l’archeologia moderna è stato possibile ricostruire la complessità reale di questa civiltà. L’impero neoassiro appare dunque come una realtà storica profondamente ambivalente: da un lato la brutalità delle pratiche militari e punitive, dall’altro una struttura statale avanzata e una cultura visiva estremamente raffinata. La violenza, lungi dall’essere un semplice segno di barbarie, si inseriva in un sistema politico e religioso coerente, in cui il terrore diventava uno strumento di ordine. Comprendere questa complessità significa andare oltre l’immagine del “regno della crudeltà” e riconoscere nell’Assiria una delle più potenti e sofisticate civiltà del mondo antico.
Favria, 31.07.2027 Giorgio Cortese
Buona giornata. Sii gentile: anche un sorriso cambia la giornata. Felice venerdì.
31 luglio 1944.
Scomparsa di Antoine de Saint-Exupéry
Tra Luglio e Agosto
Sul ciglio dell'estate indugia luglio,
con mani colme di sole e di grano;
lentamente scioglie i suoi giorni d'oro
nel canto quieto di un vespro lontano.
Le cicale custodiscono il calore,
i campi respirano luce e silenzio,
mentre il cielo, stanco di tanto azzurro,
si veste d'ombre leggere d'incenso.
Poi giunge agosto, con passo di vento,
portando sale, mare e desiderio;
accende stelle sulle notti lunghe
e sparge sogni nel cuore dell'emisfero.
Così il mese che parte saluta piano,
lasciando nell'aria il profumo dei giorni;
e quello che arriva apre nuove strade,
tra promesse di luce e dolci ritorni.
Nel confine sottile tra due stagioni,
l'estate rinnova il suo incantesimo:
luglio si spegne come un tramonto rosato,
agosto sboccia come un canto infinito.
Agosto, tra sole e imperatore.
Agosto, oggi ottavo mese dell’anno, ha una storia che affonda le radici nell’antica Roma. Originariamente si chiamava Sextilis, il sesto mese del calendario romano che iniziava a marzo. La sua posizione rifletteva la contabilità degli antichi, in cui settembre, ottobre, novembre e dicembre conservavano ancora nei loro nomi i numeri sette, otto, nove e dieci. Con la riforma di Giulio Cesare del 46 a.C., l’anno iniziò a gennaio e Sextilis divenne l’ottavo mese, segnando l’inizio di un nuovo ordine temporale con il calendario giuliano, destinato a durare fino all’adozione del calendario gregoriano nel 1582. Poco dopo, in onore dell’imperatore Ottaviano Augusto, Sextilis fu ribattezzato Augustus, dando origine al nome che utilizziamo ancora oggi.
Agosto non è solo un mese numerico, ma anche un periodo legato al riposo e alla celebrazione. L’imperatore Augusto, nel 18 a.C., istituì le Feriae Augusti, un periodo di pausa che affondava le radici nei rituali dei Consualia, dedicati al dio Conso, protettore della fertilità e della terra. Questo periodo rappresentava un tempo di riposo e rigenerazione per cittadini e contadini, precorrendo ciò che oggi conosciamo come Ferragosto. Anche il calendario giuliano mostrava una singolarità: i mesi di luglio e agosto, dedicati rispettivamente a Giulio Cesare e a Augusto, furono entrambi portati a trentuno giorni, simbolo della continuità tra le due figure storiche e della loro centralità nella vita politica e civile di Roma.
Il legame di agosto con il Sole e con il mito si riflette anche nella figura di Augusto, il cui destino imperiale era profondamente simbolico. Secondo Svetonio, la concezione di Augusto fu miracolosa: sua madre Azia, discendente di Giulio Cesare, sarebbe stata fecondata da un serpente nel tempio di Apollo, collegando la nascita dell’imperatore a una manifestazione divina e al solstizio d’inverno. Così, Augusto scelse il Capricorno come suo emblema, rafforzando la sua immagine di eletto del destino, protetto dagli dèi e destinato a guidare Roma. Questo legame con il Sole e con i simboli cosmici si rifletteva anche nell’urbanistica delle colonie augustee, come Aosta, orientate secondo gli assi solstiziali per integrare architettura, politica e religione. Agosto è anche il mese della maturazione in natura, dell’agostamento dei tralci e dei frutti che si raccolgono a fine estate. Dai vigneti alle coltivazioni agricole, dai prodotti orticoli ai nomi che indicano frutti e varietà legati a questo periodo, il termine “agostano” e i suoi derivati riflettono la trasformazione della vita vegetale e l’importanza del mese nella vita rurale. L’agostamento dei rami e dei frutti, la maturazione delle uve agostinelle o dei mais agostinelli, raccontano come il ciclo naturale e quello umano coincidano nella stagione estiva, intrecciandosi con feste, leggende e simboli di potere. Agosto, con la sua calura, il sole pieno e i frutti maturi, non è solo un mese di vacanza o di celebrazione: è il tempo della pienezza, della forza della vita e della memoria storica che attraversa secoli. In questo intreccio tra natura, mito e storia, il mese ci ricorda che ogni stagione ha il suo peso, la sua energia e la sua sacralità, e che la luce più intensa è anche quella che ci invita a guardare oltre noi stessi, verso ciò che dura nel tempo.
Favria, 1.08.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ogni giorno cerchiamo di vivere in armonia, viviamo meglio. Felice sabato.
1° agosto 1291.
Nasce la Confederazione Svizzera. I cantoni di Uri, Svitto e Untervaldo stringono un patto di alleanza: è l'atto di nascita della Svizzera moderna.
Il taccuino: origine, significato ed evoluzione.
Il termine taccuino deriva dall’arabo taqwīm, che significa “disposizione ordinata”, “calendario” o più in generale un sistema di tabelle e informazioni organizzate in modo strutturato. Questa parola passò nel latino medievale nella forma tacuinum, utilizzata soprattutto in ambito colto e scientifico per indicare raccolte ordinate di conoscenze. In origine, infatti, non si riferiva affatto a un quaderno personale, ma a strumenti organizzativi come calendari, registri o raccolte di prescrizioni pratiche.
Uno degli esempi più importanti di questo uso è il celebre manoscritto medievale Tacuinum Sanitatis, un’opera diffusa tra XIV e XV secolo che raccoglieva consigli di igiene, alimentazione e medicina naturale. Il testo era organizzato in modo sistematico e spesso illustrato, con l’obiettivo di rendere accessibili e ordinati i saperi legati al benessere e alla farmacopea. Proprio questa struttura chiara e “tabellare” contribuì a rafforzare il significato originario del termine come raccolta ordinata di informazioni. Con il tempo, il significato di tacuinum si è progressivamente trasformato. A partire dal tardo Medioevo, la parola ha iniziato a indicare non più solo raccolte di conoscenze mediche o calendari, ma anche piccoli registri utilizzati per annotazioni personali. È in questa fase che si consolida il passaggio semantico verso il significato moderno di taccuino come quaderno tascabile, pratico e destinato a raccogliere appunti rapidi, idee o appunti quotidiani.
Oggi il taccuino conserva ancora, in forma più semplice e quotidiana, l’idea originaria di ordine e raccolta sistematica del sapere, anche se non più legata a testi medici o calendari, ma alla scrittura personale e alla memoria individuale.
Favria, 2.08.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Respiriamo profondamente e lasciamo andare ciò che pesa. Felice domenica.
2 agosto 216 a.C.
Battaglia di Canne.Annibale sconfigge l'esercito romano con una manovra militare ancora oggi studiata nelle accademie di guerra.
Quando il toro ride del cavallo.
«Nessuno è un’isola, completo in sé stesso; ogni uomo è parte del continente umano.» Così scriveva John Donne, ricordandoci che il destino degli altri non ci è mai davvero estraneo.
Un’antica parabola araba racconta di un cavallo e di un toro che videro il loro padrone prepararsi per andare in guerra. Il cavallo si agitò, temendo di essere condotto sul campo di battaglia; il toro, invece, rimase tranquillo, quasi divertito dall’ansia del compagno. Era convinto di non avere nulla da perdere. Il padrone sellò il cavallo e partì, ma dopo poco tempo giunse la notizia di un accordo tra le parti nemiche. La guerra era finita prima ancora di cominciare. Per festeggiare la pace con gli amici, il padrone sgozzò il toro.
La forza di questo racconto sta nella sua semplicità. Il toro incarna l’illusione di chi crede che il male riguardi sempre qualcun altro. Sentendosi al sicuro, osserva la paura altrui con distacco e persino con una punta di compiacimento. Non comprende che la fortuna è fragile e che le situazioni possono capovolgersi all’improvviso. La sua sicurezza si trasforma in tragedia proprio nel momento in cui pensa di essere al riparo da ogni pericolo. La parabola denuncia quindi l’egoismo e la miopia morale. Chi si chiude nella difesa del proprio interesse immediato perde la capacità di vedere i rischi che incombono e soprattutto dimentica di appartenere a una comunità di destino. «La felicità non è reale se non è condivisa», scriveva Christopher McCandless e allo stesso modo, anche il dolore degli altri non è mai completamente separato dal nostro. Questa lezione conserva oggi un valore universale. Le guerre, la povertà, le migrazioni, le ingiustizie sociali e le sofferenze di chi ci vive accanto non sono problemi lontani, estranei al nostro benessere. L’uomo che ha fame, il malato, il povero, l’emarginato non sono figure che attraversano per caso il nostro cammino: sono richiami alla nostra responsabilità e alla nostra comune fragilità. Oggi possiamo essere spettatori; domani potremmo essere noi a chiedere aiuto. L’antica parabola araba ci invita, dunque, ad alzare lo sguardo dal nostro piccolo interesse personale e a riconoscerci negli altri. La vita è imprevedibile e nessuna condizione di sicurezza è definitiva. Per questo l’autentica saggezza non consiste nel rallegrarsi delle paure altrui, ma nel comprendere che ogni esistenza è legata alle altre da fili invisibili. Quando una campana suona per il dolore di qualcuno, in realtà risuona anche per noi, perché la condizione umana è quella di creature vulnerabili che condividono lo stesso destino e che trovano la propria grandezza soltanto nella solidarietà reciproca.
Favria, 3.08.2026 Giorgio Cortese
Buona giornata. Ogni passo avanti porta nuove possibilità. Felice lunedì.
3 agosto 1492.
Cristoforo Colombo salpa da Palos. Con le caravelle Niña, Pinta e Santa Maria inizia il viaggio che porterà alla scoperta dell'America.
L'estate passa. Il bisogno di sangue resta.
C'è chi in questi giorni prepara la valigia.
E c'è chi, invece, aspetta una trasfusione per poter affrontare un intervento, una terapia o semplicemente un nuovo giorno. Le vacanze possono attendere qualche minuto. La vita di qualcuno, no. Donazione di sangue: Venerdì 28 agosto 2026 a Favria – Cortile interno del Comune dalle 8.00 alle 11.20. Ogni sacca donata è una possibilità in più. Un gesto semplice che può trasformarsi in una speranza, in una cura, in un futuro. Durante la mattinata potrai ricevere anche tutte le informazioni sulla donazione di plasma, indispensabile per la produzione di farmaci salvavita. Prenotazione obbligatoria: 3331714827, mail favria@fidasadsp.it
Porta con te un documento d'identità. Non aspettare che sia qualcun altro a fare la differenza.
Il tuo sangue non può essere fabbricato. Non
può essere comprato. Può arrivare solo da una persona generosa come te. Venerdì
28 agosto scegli di esserci. Perché la solidarietà non va in vacanza.
E una donazione può cambiare una vita.
