Le foglie della vita. Novella di  Giorgio Cortese
Racconti di memoria e radici

Le foglie della vita. Novella di Giorgio Cortese

Guglielmo andò a prendere la nipotina Luisa all’uscita della scuola. Aveva

quasi settant’anni, i capelli ormai bianchi, pettinati con cura, e un viso segnato da rughe sottili che il tempo aveva disegnato intorno agli occhi e alla bocca. Era un uomo di corporatura robusta, con le spalle leggermente incurvate e un passo tranquillo, quello di chi non ha più fretta di rincorrere le ore. I suoi occhi castani conservavano però una luce vivace e affettuosa, soprattutto quando incontravano quelli della nipotina.

Luisa gli corse incontro con il suo zainetto rosa che le rimbalzava sulla schiena. Aveva sette anni, un visetto tondo e delicato, le guance rosate e due grandi occhi azzurri, curiosi come finestre aperte sul mondo. I capelli castani, raccolti in due trecce un po’ disordinate, le incorniciavano il viso e qualche ciocca ribelle le scendeva sulla fronte. Era minuta, agile, sempre in movimento, con quel sorriso spontaneo capace di illuminare anche la giornata più grigia.

Gli prese la mano, come faceva ogni giorno, stringendo le sue dita con una fiducia tenera e naturale che solo i bambini sanno regalare.

Per tornare a casa attraversarono il parco. Era un pomeriggio d’autunno, uno di quelli in cui la natura sembra voler dare il meglio di sé prima di lasciarsi avvolgere dal silenzio dell’inverno.

Gli alberi indossavano abiti dai mille colori: giallo oro, rosso fuoco, arancio, rame e marrone. Una luce dolce filtrava tra i rami, accarezzando il sentiero e illuminando per un istante i capelli bianchi di Guglielmo e le trecce di Luisa. Il vento, leggero e discreto, staccava le foglie dai rami e le faceva danzare nell’aria.

Luisa si fermò, incantata. Sollevò il viso verso le chiome colorate e seguì con gli occhi una foglia che volteggiava sopra la sua testa. Le sue labbra si schiusero in un sorriso meravigliato, mentre una mano cercava istintivamente quella del nonno: «Nonno, perché le foglie cadono? Non sono forse felici di stare sugli alberi?»

Guglielmo sorrise. Le rughe intorno agli occhi si accentuarono, trasformando il suo viso in un’espressione di dolcezza. Si chinò lentamente accanto a lei, appoggiando una mano sul ginocchio per mantenere l’equilibrio. Raccolse una foglia rossa e la tenne sul palmo della mano, accanto alle dita piccole e morbide della bambina. La osservò per qualche istante, come se custodisse un segreto prezioso.

«Vedi, Luisa, queste foglie in primavera erano soltanto piccoli germogli. Erano così piccole che quasi non si vedevano. Poi sono cresciute, hanno bevuto la pioggia, si sono nutrite del sole e hanno accompagnato l’albero durante tutta la bella stagione.»

La bambina ascoltava senza distogliere lo sguardo. Inclinò appena la testa, lasciando che una treccia le scivolasse sulla spalla.

«Ma io queste foglie le conosco!» esclamò all’improvviso. «Sono quelle che vedevamo quando venivamo qui a giocare!»

«Proprio così, amore mio. Sono le stesse foglie sotto le quali correvi, ridevi e giocavi. Ti ricordi quando, d’estate, cercavamo un posto fresco per sederci? Erano loro a regalarci quell’ombra che ci proteggeva dal sole caldo. Ti ricordi quante volte abbiamo ascoltato il vento tra i rami?»

Luisa annuì con energia. Le sue guance si fecero ancora più rosee e le dita si chiusero con maggiore forza intorno alla mano del nonno.

«E adesso perché se ne vanno? Hanno forse finito di vivere?»

Guglielmo rimase per un istante in silenzio. La domanda gli arrivò al cuore. Guardò la nipotina, così piccola e seria in quel momento, con le sopracciglia leggermente aggrottate e gli occhi pieni di domande.

Si sedette sulla panchina accanto al sentiero e fece accomodare Luisa sulle sue ginocchia. La bambina si sistemò contro il suo petto, appoggiando una mano sulla giacca di lana grigia del nonno. Lui le circondò le spalle con un braccio e, con l’altra mano, indicò gli alberi davanti a loro.

Le foglie continuavano a cadere, disegnando nell’aria lente giravolte, come ballerine che salutassero il palcoscenico dopo l’ultimo spettacolo.

«No, piccola mia. Non se ne vanno perché hanno fallito, né perché non servono più. Hanno semplicemente compiuto il loro viaggio. L’albero, con l’arrivo del freddo, deve conservare le sue energie per affrontare l’inverno. E così lascia andare le foglie, una dopo l’altra. Non è una sconfitta: è il modo in cui la natura si prepara a ricominciare.»

Luisa guardò la foglia rossa che teneva tra le dita. La girò lentamente, osservandone le venature sottili, simili a piccoli sentieri.

«Quindi torneranno?»

Guglielmo le sistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio.

«In un certo senso, sì. Non saranno proprio queste stesse foglie, ma in primavera nasceranno nuovi germogli, teneri e verdi, e l’albero tornerà a vestirsi di vita. Il ciclo ricomincerà, come è sempre accaduto e come continuerà ad accadere, anche quando noi non saremo qui a guardarlo.»

La bambina rimase in silenzio. Una foglia gialla le si posò sui capelli e Guglielmo gliela tolse delicatamente, sfiorandole la testa con le sue dita grandi e un po’ ruvide.

«Sai, Luisa, anche noi siamo un po’ come queste foglie. Cresciamo, cambiamo, attraversiamo stagioni belle e stagioni difficili. Ci sono giorni in cui siamo pieni di sole e altri in cui sentiamo arrivare il freddo. A volte dobbiamo lasciare andare qualcosa che amiamo, anche se ci sembra difficile. Ma ciò che abbiamo vissuto non scompare: rimane nei ricordi, negli affetti, nei gesti che abbiamo regalato agli altri.»

Luisa sollevò il viso per guardarlo. I suoi occhi azzurri incontrarono quelli castani del nonno, così diversi eppure uniti da una complicità che non aveva bisogno di parole.

«Allora anche i nostri giochi sotto gli alberi rimarranno?» chiese.

Guglielmo le accarezzò una guancia con il dorso della mano. Sul suo volto comparve un sorriso appena velato di malinconia, quello di chi conosce il valore del tempo e vorrebbe, qualche volta, riuscire a fermarlo.

«Certo, amore mio. Rimarranno dentro di noi. E un giorno, quando sarai grande, forse passerai di nuovo da questo parco e vedrai cadere le foglie. Magari avrai qualcuno per mano, proprio come oggi io ho te. E allora racconterai anche tu questa storia.»

Luisa gli gettò le braccia al collo e lo abbracciò forte, stringendo la guancia contro il suo petto. Guglielmo chiuse per un istante gli occhi e la strinse a sé, sentendo il calore della bambina attraverso la giacca. La sua mano si posò sulla schiena minuta della nipotina, in una carezza lenta e protettiva.

Per un momento non ci furono più domande, né parole. Soltanto il fruscio delle foglie, il respiro quieto del parco e quella luce dorata che sembrava voler trattenere ancora un poco il giorno.

Poi la bambina scese dalla panchina. Si chinò sulle ginocchia, con le trecce che le ricadevano in avanti, e raccolse una piccola foglia color rame. La tenne sollevata tra il pollice e l’indice, soddisfatta della sua scoperta.

«Nonno, questa la porto a casa. La metto in un libro, così non mi dimentico di oggi.»

Guglielmo si alzò con calma, si sistemò la giacca e le porse la mano. Luisa infilò la sua manina in quella del nonno e ripresero il cammino, lei saltellando tra le foglie e lui seguendola con lo sguardo, divertito dalla sua inesauribile energia.

Alle loro spalle, gli alberi continuavano a spogliarsi lentamente, senza tristezza, affidando alla terra ciò che avevano custodito per tutta l’estate.

Guglielmo guardò la nipotina, i suoi passi leggeri, il piccolo zainetto che le oscillava sulle spalle e il viso illuminato dalla gioia di una semplice scoperta. Pensò che forse la più grande bellezza della vita fosse proprio questa: comprendere che ogni cosa ha il suo tempo, che nulla rimane immutato e che, anche quando qualcosa sembra finire, dentro la fine può già nascondersi un nuovo inizio.

Perché la speranza assomiglia alla primavera: non fa rumore, non promette date, ma continua a vivere silenziosamente dentro ogni attesa.

E mentre il sole scompariva dietro gli alberi, Luisa si voltò ancora una volta a guardare le foglie danzare nel vento.

Le sembrò che non stessero cadendo, le sembrò che stessero semplicemente tornando a casa.

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