Quando Pont Canavese era la “città” delle montanine di Marino Pasqualone tratto dalla rivista CANAVEIS

Dal reportage del 1939 di Ettore Doglio riemerge il mercato del lunedì aa Pont Canavese: un mondo di valligiani, costumi, dialetti e tradizioni oggi quasi scomparso

È grazie ad un articolo di Ettore Doglio pubblicato il 19 luglio del 1939 sulla «Gazzetta del Popolo», storico quotidiano piemontese scomparso ormai da tempo dalla scena editoriale locale, che possiamo aprire un sipario dietro al quale si cela l’immagine di cos’era un tempo il mercato del lunedì a Pont Canavese, quando le vallate dell’Orco e della Soana erano ancora densamente abitate da montanari e, soprattutto, «montanine» che, tutte rigorosamente vestite con i tipici costumi valligiani, sciamavano ad ogni inizio di settimana lungo le strade pontesi ingombre di bancarelle.

Un vuoto incolmabile.

Leggendo l’ampio reportage da «Ponte Canavese» (com’era appellato in epoca fascista il paese di fondovalle), apparso sulla «Gazzetta del Popolo» proprio mentre il resto dell’Europa già entrava nell’incubo della Seconda guerra mondiale, davanti ai nostri occhi si materializzano le immagini di un mondo alpino irrimediabilmente perduto, il quale, a dispetto di uno scarto temporale di poco più di 70 anni, ci appare però a distanza siderale dalla nostra realtà odierna.

Da questo bel pezzo del giornalista Ettore Doglio su cos’era il mercato del lunedì a Pont alla fine degli anni Trenta dello scorso secolo, emerge dunque la vivida immagine di un paese che non esiste più, anche se qualche pontese ormai molto in là con gli anni ne serba ancora sicuramente qualche ricordo.

Un paese che traeva nuova linfa vitale dalle valli Orco e Soana che allora gravitavano, non solo geograficamente, su di esso: sembra quasi di vederle quelle lunghe file di montanari e montanine che scendevano lungo strade sterrate e mulattiere verso il borgo pontese, con i loro costumi ed i loro diversi dialetti, dirette verso quei portici di via Caviglione allora brulicanti di vita, oggi invece ridotti ad un triste e desolante silenzio.

Ai giorni nostri dalle strade delle valli scendono ormai poche auto, mentre tante mulattiere e borgate delle montagne valligiane sono state nel frattempo abbandonate ed inghiottite dai rovi e dal bosco, ed il mercato di Pont sempre più langue ferito a morte dallo spopolamento montano, dalle luci ammiccanti dei supermercati della vicina pianura e, in ultimo, anche dalle scelte urbanistiche che hanno stravolto la centralissima piazza Craveri.

Larghe fette delle montagne che guardano al Gran Paradiso sono diventate, dal punto di vista della presenza umana stabile, una sorta di cadavere insepolto tra boschi ritornati selvaggi come nel Medioevo, mentre i vasti prati intorno ai villaggi hanno nuovamente ceduto il posto alla foresta, che avanza inesorabile coprendo con il suo pietoso manto verde i ruderi della secolare civiltà alpina.

Ed anche se nel passato le valli tra l’Orco e la Soana non hanno certamente mai nascosto tra le pieghe dei loro valloni la mitica Shangri-là, luogo dell’antica saggezza e felicità eterna, ma più sovente storie di miseria e di indicibile fatica per strappare di che vivere ad una terra aspra e verticale, noi figli dell’opulenta civiltà dei consumi oggi non cantiamo più nessun «madrigale» alle «ragazze di Ponte», travolti da altri miti canori e televisivi che non hanno nessun legame con il territorio in cui viviamo.

Quel passato non potrà certo mai più tornare, ma dentro di noi forse è rimasto un vuoto che l’abbondanza di cose superflue che ci circonda non riuscirà mai a colmare.

 

Un giorno di mercato.

Ecco come Ettore Doglio sulla Gazzetta del luglio ’39 raccontava la «gente dell’Alto Canavese ogni lunedì a Ponte».

 

* * *

Dalle valli dell’Orco e di Soana, da Frassinetto, Alpette e Ribordone, cala ogni lunedì a Ponte la gente della montagna. È giorno di mercato.

E dopo una settimana trascorsa nelle case disseminate nelle valli o sugli alpeggi che dominano i pascoli verdi, dirimpettaio ai ghiacciai del Gran Paradiso, i montanari scendono al piano non soltanto per concludere affari, ma come ad un convegno periodico che rompe la monotonia solitaria della vita alpestre.

Ponte diventa, il lunedì, la metropoli, la stracittà delle alte valli canavesane.

Uomini, donne, fanciulle lasciano le grange ch’è ancora notte e al momento della partenza non mancano le raccomandazioni ai figlioli prodighi, alla ragazze civettuole e agli anzianotti capaci di dimenticare, davanti ad una bottiglia di buon vino, i molti incarichi che sono stati a loro affidati e gli acquisti che devono compiere.

La centralissima Piazza Craveri in una cartolina degli anni ’50.

La centralissima Piazza Craveri in una cartolina degli anni ’50.

Nel regno della tradizione.

All’alba le vie di Ponte si animano. Mentre i mercanti giunti insonnoliti dalla pianura ancora stanno allineando i banchi e sciorinano la loro mercanzia, schiere di montanari e sciami chiacchierini di donne e ragazze già affollano le strade, le piazze e gli angusti portici medievali.

Tutte in costume le donne. Qui le tradizioni sono ancora ben salde. Non c’è donna dell’alto Canavese che abbandoni la pesante sottana nera, il giubboncino stretto alla cintura su cui s’incrocia lo scialle e il fazzoletto che avvolge il capo.

Nessuna concessione alle mode della pianura, neanche per sostituire le caratteristiche scarpette di panno di confezione casalinga – gli «scapin» – e con cui si cammina così agili e veloci su per le strade sassose della montagna.

Scendono, così vestite, perfino le ragazze che lavorano tutta la settimana negli opifici di Ponte e che soltanto il sabato ripartono per trascorrere la festa a casa.

Sono proprio questi calzari, anzi, che danno alle brigate delle donne di Frassinetto, di Ceresole e di Ronco, quell’andatura elastica e silenziosa con cui scivolano nelle vie di Ponte fra gli uomini lenti e ferrati e tra le signorinelle dai tacchi alti che procedono beccheggiando sui ciottoli aguzzi.

Scontrose e fiere sono le donne di Frassinetto, orgogliose delle loro gorgiere di pizzo che le fan belle; più vivaci e civettuole le valsoanine con i giubboncini scollati dalle maniche bianche, fasciate nelle sciarpe colorate e adorne di ricche collane che ne fan risaltare il viso non di rado bellissimo (le ragazze di Ronco, di Ingria, di Forzo han la fama di essere le più graziose montanine); sobrie, monacali quasi le donne di Sparone, Noasca e Ribordone tutte in nero.

Ma tutte hanno l’aria un po’ spaurita, come cerbiatte fuor del bosco. A chi le interroga rispondono con circospezione, a monosillabi, e guai se vedono una macchina fotografica: voltano le spalle e se ne vanno svelte svelte.

Conosciamo un bravo fotografo torinese che si è dedicato, per mestiere, a fotografare tutti i costumi delle vallate alpine: per avvicinare, con la macchina, fanciulle di Val Soana dovette ricorrere ad artifici romanzeschi ed infine pregò alcune signorine torinesi di indossare i costumi valsoanini. Solo così poté fare a suo agio le pose e le istantanee volute.

Per raccogliere le provviste, ogni donna è munita del grande caratteristico cesto paesano che – a seconda delle valli – si porta sottobraccio, sulla schiena come uno zaino o sulla testa. Comunque bisogna portarlo, ed è, questo, un onere riservato per lunga tradizione alle donne che hanno una resistenza favolosa alle marcie ed al trasporto di carichi pesanti.

Su per le mulattiere della Val Soana si vedono gruppi di donne colla pesantissima cesta sul capo, che salgono a passo di maratona chiacchierando e facendo la calza.

 La via centrale e l'Hotel Savoia di Ronco in una foto d'epoca.

La via centrale e l’Hotel Savoia di Ronco in una foto d’epoca.

Gente sobria che lavora sodo.

Ma non si pensi che, nell’Alto Canavese, le donne si accollino i lavori più duri e gli uomini impigriscano. I montanari quando non hanno lavoro nei boschi o nei campi fanno, per tradizione secolare, i calderai o i minatori, duri mestieri che fino a qualche anno fa li facevano emigrare per il mondo.

Ora i canavesani hanno trovato lavoro vicino a casa loro: nelle miniere di Cogne, di Porta Littoria, di Traverselle e di Ollomonte. E chissà che un giorno non vengano riattivate le antiche miniere che Salassi e Romani già sfruttarono nelle valli del Soana e di Forzo.

Le provviste fatte al mercato sono… pantagrueliche: grosse ceste di pane, di formaggi (primeggia la «toma» canavesana, asciutta, elastica, magra; cibo di gente sobria che lavora sodo e che non conosce le raffinatezze del desco), chili di frutta e verdura e sacchi di granturco. Le provviste sono grosse ma devono servire per tutta la settimana e spesso per una famiglia numerosa. E allora si capisce che di pantagruelico non ci sarà sul desco, che polenta e patate…

Più importanti sono i mercati che cadono il primo lunedì d’ogni mese e animatissime le fiere di giugno e settembre, prima e dopo il periodo dell’alpeggio, quando i montanari fanno provvista di zangole, battiruoli e spatole per fabbricare il burro; campani per gli armenti o zoccoli e abiti per la stagione invernale.

 Madrigale alle ragazze di Pont.

Ponte, antica capitale delle valli canavesane, aspetta ogni lunedì la gente delle sue montagne come ad un raduno di festa.

Le «ciatre», ossia le montanare portano una folata di fresca aria alpina nel vecchio borgo un po’ immusonito dai traffici e dalle industrie, ed in loro onore è nata anche una canzone. Cantano i giovani pontesi le virtù delle valligiane e con galanteria rustica ne contraffanno la parlata. Burlano le ragazze di Sparone che al nobile «tu» ed al rispettoso «voi» del loro antico linguaggio hanno aggiunto forme posticce di «lei». «Balto chila?» (Traduzione libera: «Tu balli lei?»); e alle valsoanine, alle frassinole e alle alpettesi ricantano, come un abracadabra, «ghigiò, ghitù, mai, tai e cëll e cëlla», strane forme dialettali dei pronomi che racchiudono tutti i desideri, tutti i sogni della gioventù: io e tu, lui e lei.

 

La canzone termina – si capisce – con un madrigale (ndr: breve componimento poetico) alle ragazze di Ponte, le più belle di tutte, ma dicono che l’aedo pontese ha dovuto aggiungere l’ultima strofa per evitare guai locali.

Portare burro e uova al mercato, fare acquisti, dare un’occhiata ai grembiuli, alle calze, alle sciarpe variopinte, alle collane che gli astuti commercianti offrono come esca alle belle forosette; sbrigare qualche altra faccenduola: ed ecco come sono passate due, tre ore.

Prima di mezzogiorno bisogna essere tornate a casa, e la strada è lunga.

Alle 9, alle 10 al più tardi, il mercato è già svuotato. Sulle strade di Soana e di Noasca, sulle mulattiere di Frassinetto e Alpette, le montanare salgono svelte in lunghe file, col loro pesante carico settimanale, sorridendo al ricordo d’una galanteria colta al volo sotto quei portici che da Re Arduino in poi sono stati galeotti complici dei giovani canavesani.

Restano a Ponte gli uomini. A crocchi i montanari – calzoni di fustagno, scarponi e sacco in ispalla – chiacchierano di bovine e di patate, di segala e di fieno, con voce grave e lunghe pause, pesando il valore d’ogni parola.

I giovani passeggiano con quell’aria un po’ ribalda di cui i canavesani van fieri fin dal tempo dei sanguinari «tuchini», i ribelli che calavano dalle valli del Gran Paradiso per abbattere il giogo feudale gridando Vivat Savoja et popolus.

Ma sulle antiche torri Tellaria e Ferranda – ruderi minacciosi dei castelli che guatavano lo sbocco delle vallate – non ci sono più scolte (ndr: sentinelle) armate. Su per le mura ancora altissime si abbarbica l’edera e le rondini intessono nidi. Le due torri sono rimaste sole sull’alto del poggio dove giunge, nella sonnolenza pomeridiana, l’eco delle bocciate che schioccano nei cortili delle trattorie sottostanti.

Un poeta può pensare che la Tellaria e la Ferranda, vecchie  e cadenti, si raccontino accorate le storie – ghigiò e ghitù, io e tu – dei loro tempi.

 

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